Il ricatto (parte 2)

download

Un thriller al sapore di luppolo.

Riprende da parte 1.

Venne finalmente il sospirato giorno. Era una mattina nuvolosa e minacciava anche di piovere.

Il tempo perfetto per cominciare la giornata.

Mia moglie dormiva, le avevo messo di nascosto dei sonniferi nell’acqua a cena. Quando disse di sentirsi stanca le consigliai di andare a dormire, che l’avrei svegliata io il giorno dopo e che ci saremmo presi la giornata per andare al parco insieme. Si era addormentata pensando che il suo maritino era tornato ad essere premuroso con lei, l’illusa. Il primo pensiero fu quello di mandarla a cagare. Lei avrebbe dormito tutta la mattina, io andavo a conoscere il mio destino: se la mia vita privata e la mia carriera sarebbero state rovinate per sempre o se potevo continuare a condurre la mia vita normalmente. Presi l’auto e uscì. Imboccai prima i viali e poi l’autostrada. Guidavo a una velocità maggiore rispetto a come guidavo di solito. Il desiderio di chiudere questa storia il prima possibile mi faceva spingere il pedale del gas al massimo. Presi l’uscita che era indicata nella mappa mandatami dal ricattatore. Era una strada che conduceva in aperta compagna, in un viottolo abbandonato. Arrivai finalmente al capannone indicato. Dovetti aspettare in macchina per una buona mezzora prima che squillasse il cellulare. La voce misteriosa mi disse di scendere e dirigermi verso l’entrata con la valigia. Feci come diceva. All’entrata non vidi nessuno per cui pensai che si stesse facendo beffe di me. Ma poi da una porticina laterale uscì un grassone pelato con grossi occhiali da sole sugli occhi, che gli coprivano mezza faccia, e un giubbotto nero enorme. Camminava in maniera strana trascinandosi con un bastone di legno, era evidente che aveva problemi di zoppia. Così quello sfigato era il tizio che mi stava ricattando da giorni, non ci potevo credere. Mi veniva voglia di portargli via il bastone e fuggire via, magari fargli lo sgambetto e ridere di lui vedendolo trascinarsi per terra da verme quale doveva essere. Ma non provai a fare nessuna di queste cose, per il semplice fatto che mi puntava contro una pistola.
«Allora hai portato i soldi?» il grassone aveva una voce flautata, il che rendeva il suo aspetto ancora più grottesco e ridicolo.
«Sì tranquillo ce li ho, ma stiamo calmi» gli risposi.
«Oh, io sono calmissimo» e cominciò a sghignazzare come un idiota. «Apri la valigia. Lentamente». Di colpo venni preso dal panico. Non sapevo come comportarmi, con Leonardo non c’eravamo accordati su che cosa fare di fronte a questa eventualità, anche se era abbastanza prevedibile che il ricattatore volesse controllare di persona che io portassi effettivamente i soldi. Non mi restava che prendere tempo intanto: «Aspetta. Chi mi dice che dopo questa cosa mi lascerai in pace? Voglio delle garanzie». Lui fece un sorriso di noncuranza: «Intanto, tu non sei nelle condizioni di dettare delle regole, e comunque, se proprio ti interessa, ho scattato le foto con una macchina analogica. Ho qui con me i negativi, se ci sono i soldi te li darò così potrai bruciarli». Ma io insistetti: «Non mi freghi, e se hai scannerizzato e salvato le foto su un computer? Come faccio a fidarmi di te?». Lui con tutta tranquillità rispose: «Perché è l’unica cosa che puoi fare. Ripeto: non sei nelle condizioni di dettare delle regole per cui: non rompere i coglioni e apri quella cazzo di valigia». «Sei veramente un pezzo di merda» risposi. «Beh detto da uno che ha ucciso una persona è un complimento» fu la sua risposta. La cosa che mi faceva più incazzare era che, in fondo, aveva ragione. Lentamente appoggiai la valigia davanti a me e la aprii. Con il cuore in gola mostrai il contenuto al ricattatore e, intanto, mi tenevo pronto a sfilargli il bastone di mano perché pensavo, forse ingenuamente, che questo potesse servire a renderlo inerme. Lui guardò all’interno e ben presto si accorse che non conteneva quello che si aspettava. «Che cazzo significa questa roba?». Io balbettai qualcosa ma ero impietrito. Continuavo a guardare il bastone. «Allora stronzo, che cazzo significa? A che gioco stai giocando?». Ma la sua domanda non ebbe risposta: si sentì un colpo di fucile da lontano e una striscia di sangue partì dalla sua testa e sporcò il pavimento, la valigia e, in parte, anche il mio vestito. Fu come risvegliarsi da un sogno: mi alzai da terra e vidi Leonardo che usciva da una porta laterale del capannone con in mano un fucile da caccia. Il suo sguardo era impassibile, non provava nessuna emozione. Mi disse soltanto: «Vedi te lo dicevo che si risolveva tutto. Ora portiamolo fuori: ho preso delle pale, facciamo una buca e ce lo ficchiamo dentro». Il tono era perentorio. Mi sembrava di avere davanti a me un’altra persona. «Come fuori?» chiesi io, che cominciavo solo ora a realizzare quanto era accaduto. «Beh cosa vuoi fare, lasciarlo qui? E poi avverti la polizia e dici: guardate ragazzi che c’è un cadavere nel vecchio capannone abbandonato? Magari ci metti anche un bel cartello con su scritto “cadavere, attenti a non scivolare”?». Il tono ora era troppo sarcastico per i miei gusti. Io esigevo di sapere dove avesse imparato a maneggiare così bene un fucile, come avesse previsto le mosse del ricattatore e come mai si comportasse in quel modo. Ma la sola risposta che ebbi fu: «Dai sbrigati, ci sarà tempo dopo per tutte le domande».
Facemmo una buca nel terreno e ci ficcammo dentro il grassone. Se ci penso mi fa male ancora la schiena per la fatica fatta a trasportare quella carcassa maleodorante. Finita questa operazione Leonardo, che era stato in silenzio tutto il tempo, si decise a guardarmi in faccia e a dirmi qualcosa: «E ora veniamo a noi due». E mi puntò il fucile contro.
«Che cosa stai facendo?» chiesi io terrorizzato. Era già la seconda volta, nella stessa mattinata, che qualcuno mi puntava un’arma contro.
«Tu mi hai chiesto spiegazioni, allora ascoltami bene. Sai perché quando sono in birreria da te prendo sempre una Leffe 9? Prova a indovinare, che cosa ti fa venire in mente?». Io non sapevo che cosa rispondere. Lui continuò: «Allora ti rinfresco io la memoria. Estate del 2001: qualcuno è via in ferie, altri sono costretti a rimanere a casa; tra questi un padre e suo figlio piccolo; i due stanno giocando a calcio nel giardino di casa, intanto in strada, su una cabriolet nera, stanno arrivando un gruppo di ragazzotti sui vent’anni; guidano molto male perché sono ubriachi, hanno bevuto tutti troppa birra; a un certo punto la palla va a finire in strada e il bambino si lancia per andare a prenderla; ma ecco che arriva la macchina di questi, tanto ubriachi da guidare troppo velocemente e figurati se vedono il bambino che spunta all’improvviso dalla strada; inevitabilmente lo investono, ma capendo quello che hanno fatto, con un incredibile attacco di lucidità, invece di fermarsi a soccorrerlo se ne vanno a tutta velocità ( potrei dire “a tutta birra”, se volessi essere ironico) lasciando a terra però una bottiglia, sfuggita di mano al guidatore; è una bottiglia di Leffe 9 completamente scolata; al padre del bambino non rimane che disperarsi mentre cerca di soccorrere suo figlio, ma è tutto inutile; l’unica cosa che rimane è quella bottiglia per terra; una persona normale avrebbe annegato la frustrazione nel dolore e magari si sarebbe tolto la vita; ma il padre in questione non è una persona qualunque, lui è un agente dei servizi segreti e volendo da quella bottiglia può ricavare, dai resti di saliva, il DNA del guidatore e scoprire chi ha ucciso suo figlio; così comincia le ricerche facendosi aiutare da un suo ex collega che ha aperto un’agenzia investigativa, perché lui non cerca giustizia, lui vuole vendetta che è una cosa diversa. E, dopo un po’ di tempo, riesce a scoprire l’identità del guidatore: è uno appena diplomato all’istituto alberghiero che sogna di aprire una birreria; impara ben presto a conoscerlo, come si comporta, come tratta le altre persone ecc.; e qui il suo odio per lui cresce ancora di più: il giovanotto è, infatti, il classico bambino viziato che è abituato ad ottenere tutto dalla vita, e quando non può l’ottiene comunque. Infatti per ottenere la licenza per aprire la birreria convince un amico che lavora in comune a concedergli il locale bypassando le normali procedure, inoltre si fa dare in prestito dei soldi dai suoi genitori e dai suoceri, fregandogli tra l’altro molti soldi, assume un lavoratore straniero sfruttandolo e rifiutando un suo amico che sarebbe più bravo di lui e avrebbe bisogno di un lavoro; in compenso si costruisce il suo piccolo impero e si gode la vita, a discapito degli altri; non ti viene già voglia di sputare in faccia a uno così?» Io abbasso il capo perché ho capito tutto: avevo bene in mente quella scena, me la sognavo qualche volta la notte, anche se avevo sperato che rimanesse solo nei meandri della mia mente. Volevo spiegare a Leonardo che mi dispiaceva per lui e per suo figlio ma lui continuò: «Poi l’amico investigatore del padre, che intanto continua a pedinarlo, lo becca con alcuni amici mentre fanno fuori un barbone ubriachi; basterebbe una denuncia anonima alla polizia e il bastardo sarebbe finito; ma al padre non basta: vuole che lo stronzo capisca quello che ha fatto e provi angoscia per questo, l’anonimato è troppo da vigliacchi per lui, si metterebbe allo stesso livello dello stronzo in questione; no, lui vuole essere visto in faccia, vuole che si accorga bene di quello che ha fatto. Convince allora l’amico a ricattarlo mandandogli le foto di quella sera e gli promette che, alla fine, potrà tenersi i soldi e lui si occuperà di uccidere il ragazzo. Poveretto, un po’ mi dispiace per lui, ma ormai era diventato scomodo come testimone». Leonardo interruppe per un momento il suo racconto: una lacrima gli stava solcando il viso. A me, nel frattempo, stavano passando davanti le immagini della mia vita. Capii che tutto era finito. «Ora ti faccio una proposta: puoi andartene e consegnarti spontaneamente alla polizia denunciando i tuoi crimini (bada che verrei a sapere se lo fai veramente o no), oppure, se non te la senti di affrontare anni di galera, posso porre fine alle tue sofferenze adesso». Ero stato sempre un vigliacco in vita, perciò anche in quella occasione mi comportai come avevo vissuto: scelsi la seconda opzione. Era giusto così in fondo. Ora sono sepolto in una buca vicino al grassone. Fine di Filippo Gentile e della sua rinomata birreria Eden. Tutto per una cazzo di Leffe 9. E pensare che non è neanche la mia birra preferita.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: