Il ricatto (parte 1)

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Un thriller al sapore di luppolo.

Birra schiumosa bionda, così era scritto sul foglio, per il signore al tavolo 3.

Lo immaginavo: prende sempre quella. Ormai conoscevo bene ogni mio cliente. Potevo prevedere ogni loro richiesta. Dopo dieci anni, da quando era stata aperta la birreria, avevo imparato a inquadrare la persone già da come si sistemavano all’interno: c’erano quelli che cercavano sempre il tavolo in fondo, lontano dalla finestra, perché volevano la tranquillità e non essere disturbati; era la classica gente che fuggiva dalla propria casa, dalla propria moglie, dai propri cazzi, voleva solo bere e stare sola con i propri pensieri; poi c’erano quelli che invece si mettevano nei primi posti, vicino all’ingresso: erano i viveur , i playboy dai capelli grigi che bevevano solo per il gusto di essere visti, per darsi un tono da gente vissuta davanti alle loro accompagnatrici, molto più giovani di loro; quelli che stavano nel mezzo in genere erano le coppiette e gli intenditori: gente che voleva stare comoda per gustarsi meglio la propria birra e per scrutare le altre persone che sedevano attorno a loro per poterle poi giudicare, poiché era evidente che loro erano quelli messi meglio lì dentro. Ogni sera osservavo ognuno di loro, mi piaceva cogliere i loro gesti, i loro discorsi. È una specie di mania di controllo che ho sempre avuto. Me lo ripeteva sempre Loredana, mia moglie.

Per quanto mi riguarda io stavo al bancone. Mi occupavo degli scontrini e, se capitava, mi divertivo a far degustare qualcosa di speciale ai clienti. Ai tavoli ci andavano mia moglie e Asikh, il senegalese che avevamo assunto perché ci serviva un cameriere che non ci costasse troppo. Eravamo solo una piccola birreria ma non ce la cavavamo affatto male, anzi. C’eravamo sistemati bene nel centro della città. Qualche sera organizzavamo degustazioni di birra e concerti di musica per intrattenere i clienti. Avevamo una clientela selezionata e fissa, a parte qualche turista che veniva ogni tanto, beveva qualcosa e poi se ne andava. In quel caso gli facevo sorrisi a trentadue denti e lo salutavo cordialmente pregandogli di spargere la voce. In realtà se anche non lo avesse fatto (e tanto sapevo che nel 90% dei casi sarebbe andata così) io stavo bene lo stesso. Non mi sono mai piaciute le novità, e sapevo che anche i miei clienti abituali erano fatti così e la pensavano come me. Mi piaceva mantenere il controllo sulle cose, sul mio territorio, e soprattutto mantenerle immutate.

Ho cominciato a interessarmi del mondo della birra dopo il diploma alberghiero. All’inizio ho frequentato dei corsi appositi, poi ecco il colpo di fortuna: il comune diede in concessione alcuni locali a giovani imprenditori perché aprissero delle attività. E questo, proprio al centro della città, faceva al caso mio.

Convinsi i miei genitori a investire nel progetto. Mi ero appena sposato e anche i miei suoceri, che erano pazzi di me, mi aiutarono economicamente per realizzare il mio sogno. In fondo l’attività sarebbe stata a conduzione famigliare e anche per Loredana significava un posto di lavoro assicurato. La sera dell’inaugurazione ci fu una grande festa con tantissime persone. Infine, mi diedi da fare per trovare attività che richiamassero i clienti tra cui, appunto, la musica e i corsi di degustazione. Per capodanno organizzavamo anche una lotteria con premi (tutti buoni da spendere lì ovviamente, e birre gratis per chi riusciva a vincere il primo premio). Insomma in quel particolare momento della mia vita avrei potuto dire di sentirmi veramente realizzato: facevo un lavoro che mi piaceva, in un’attività che era solo mia e di cui potevo controllare ogni cosa. Il mio piccolo Eden fatto a mia immagine e somiglianza. Ed era proprio così che si chiamava la birreria: Eden di proprietà di Filippo Gentile, che poi sarebbe il sottoscritto. E qui mi sentivo esattamente come un dio. O almeno così pensavo.

Poi un giorno venne lui. Non sembrava un turista perché non andava in giro vestito in maniera casual, anzi teneva una certa eleganza. Indossava una camicetta e dei pantaloni completamente bianchi, parevano appena tirati fuori dalla lavanderia. Ma soprattutto non portava con sé macchine fotografiche o cartine per cui non poteva essere per niente un turista. Era un signore anziano con i capelli brizzolati e due baffi lunghi e grigi. A vederlo sembrava uscito da un quadro risorgimentale, di quelli che raffigurano generali, comandanti o imperatori. Era anche messo molto bene nel fisico per uno della sua età. Doveva essere uno giunto in città da poco perché non l’avevo mai visto. Si guardava attorno spaesato, evidentemente cercava qualcuno che gli desse delle informazioni. Mi avvicinai a lui e chiesi: «Le serve qualcosa?». Lui mi guardò calmo e rilassato. Poi prese a parlare: «Senta sono nuovo del posto. Avrei voglia di bere qualcosa. Mi hanno parlato bene di questa birreria.». Il tono era cordiale e io mi comportai come un perfetto gestore: «Certo, si accomodi pure dove vuole. Le lascio il menu con tutta la lista delle birre». Me ne andai e lui si sedette nei tavoli interni, quasi attaccato al mio bancone. Quando tornai disse solamente: «Una Leffe 9, per cortesia». Intenditore, l’amico.

«Ottima scelta, è una delle nostre birre migliori». «Non avevo dubbi» fu la sua risposta. In quel momento non feci tanto caso a questa frase, la presi come un atto di cortesia da parte di un innocuo vecchietto, o il tentativo di far capire che anche lui se ne intendeva di birre. Mi sarei accorto presto che la frase lasciava intendere molto più di quello che sembrava.

Col tempo io e il misterioso vecchietto facemmo amicizia. Scoprii che il suo nome era Leonardo Miraglia, era un ex rappresentante di liquori. Aveva viaggiato per tutta Italia e, ora che era in pensione, si era sistemato in città alla ricerca di quella vita sedentaria che non aveva mai potuto avere. In generale sembrava uno soddisfatto della propria vita. Intanto che lui si ambientava sempre di più nel locale, io continuavo ad occuparmi delle mie faccende: erano sopraggiunte delle tensioni tra me e mia moglie, lei voleva dei figli e io no. Come se non bastasse era da un pezzo che dormivo male, come se presagissi già che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Secondo il dottore era lo stress, mi consigliò di prendermi una pausa dal lavoro. Ma io non avevo nessuna intenzione di abbandonare la birreria proprio in quel momento che era il periodo dove i turisti cominciavano a venire a frotte e io facevo più soldi che non in tutto il resto dell’anno. Come se non bastasse ero caduto nel vizio delle slot machine. All’inizio era nato come un passatempo per rilassarmi. Poi la cosa mi prese la mano e persi molti soldi. E infine arrivò quella maledetta telefonata.

«Pronto?»
«È lei il signor Filippo Gentile?»
«Sì, chi è lei?»
«Non ha importanza. Pensi piuttosto a quello che c’è nella sua posta. Non ha ancora controllato vero?»
«Come dice prego?»
La voce riattaccò immediatamente. Io rimasi per un attimo attonito. Era anche mattina presto e mi ero appena svegliato per cui non ero lucidissimo. Loredana era ancora là nell’altra stanza che dormiva. Pensai dapprima a uno scherzo, ma poi per curiosità andai velocemente a controllare la posta, e meno male che lo feci: quello che vidi mi impietrì. In una busta anonima c’erano delle foto scattate durante una sera quando ero uscito al “Bingo” a giocare alle macchinette. Avevo vinto molto quella sera e per festeggiare ero uscito con degli amici. Eravamo andati in giro per la città e avevamo incontrato un barbone lungo la strada. Ubriachi avevamo cominciato a pestarlo. Lui aveva urlato qualcosa ma non si capiva niente di quello che diceva e noi eravamo talmente fuori di testa in quel momento che non ci pensavamo. Solo dopo parecchio tempo ci fermammo. Il barbone non si muoveva più, non respirava nemmeno. L’avevamo ucciso. Fuggimmo via terrorizzati. Erano passati sei mesi da allora. Me ne ero completamente dimenticato. Ma evidentemente la persona che ora mi stava ricattando se lo ricordava bene. Perché il messaggio era chiaro: io so molte cose di te e posso farle sapere in giro quando voglio. Controllai per bene la busta: non era stata spedita, qualcuno l’aveva messo dentro direttamente. Qualcuno che si era premurato di non farsi scoprire. Mi sedetti e mi accesi nervosamente una sigaretta perché dovevo pensare e riflettere, non era il momento, quello, di farsi prendere dal panico. Se il ricattatore era stato così furbo da non lasciare scritto nulla sulla busta, era inutile che chiedessi in giro, sicuramente nessuno del vicinato aveva visto nulla; e d’altronde, se anche fosse, non potevo chiedere in giro se qualcuno avesse visto qualcosa, non volevo che si sapesse in giro di quella storia. Anche in questi momenti la mia smania di controllo non diminuiva, anzi aumentava ora che si sentiva minacciata da qualcosa che non aveva previsto. Ora dovevo comportarmi come un cane, quando sente che il suo territorio è minacciato e si mette all’erta. Perciò decisi che l’unica cosa da fare era fingere che non fosse successo niente. Dovevo andare ad aprire la birreria come tutte le mattine, sicuramente il ricattatore lo sapeva. Lui voleva parlare solo con me, era evidente. Se avesse voluto denunciarmi aveva la possibilità di farlo tranquillamente. Buttai tutto il contenuto della busta nel cestino dopo averlo tagliato in mille pezzi. Esclusi che fosse uno del vicinato, li conoscevo tutti molto bene e non c’erano stati nuovi arrivi ultimamente. Mi sentivo come dentro una tomba e ogni passo che facevo verso la birreria era un chiodo in più che mi sigillava dentro.
La giornata era molto calda, perfetta perché la gente venisse dentro a bersi una buona birra fresca. Mi sforzavo di comportarmi come sempre, ma nello stesso tempo facevo bene attenzione a chi entrava e se c’erano persone sospette. Due o tre volte sbagliai nel dare il resto a dei clienti, il che mi fece capire che dovevo calmarmi e respirare profondamente. La clientela era sempre la stessa. All’improvviso entrò dentro Leonardo. Sorridente ordinò la sua solita birra Leffe 9, la sua preferita.
«Allora Filippo, sempre qui dentro eh? Come vanno le cose?». Col tempo io e Leonardo eravamo diventati amici e ci davamo del tu.
«Bene, dai. Come sempre. Non c’è male». Tradì la mia ansia in quel momento. In genere ero solito intrattenere più a lungo i clienti raccontando aneddoti del mio lavoro. Adesso ero stato troppo laconico. E Leonardo sembrò accorgersi di questo fatto.
Dopo qualche minuto infatti tornò a riportare il suo bicchiere vuoto. «C’è qualcosa che non va stamattina? Sei strano», mi chiese. Si vedeva che stavo bleffando e lui se ne era accorto. Per la prima volta lo vidi sotto una luce diversa: mi chiesi se potevo fidarmi di lui per raccontargli quello che era successo. Dopotutto non è che lo conoscessi benissimo, ma soprattutto non potevo rivelargli tutti i particolari di quella brutta storia. Però sentivo che avevo bisogno di parlare con qualcuno, se non altro per allentare la tensione e Leonardo mi sembrava, tra tutta quella gente lì in mezzo, la persona più adatta. «In effetti non va tutto bene» dissi io. E comincia a raccontargli tutto, ma cambiando in parte al storia: dissi che mi erano arrivate delle foto di me che tradivo Loredana con un’altra. Abbastanza squallido come racconto, ma non potevo certo dire la verità.
Leonardo mi guardò senza dire una parola. Rimase in silenzio per tutto il tempo poi cominciò ad annotarsi delle cose in un taccuino. Non riuscii a vedere quello che scriveva ma alla fine si alzò e se ne uscì esclamando: «Non preoccuparti, vedrai che risolveremo questa cosa». Il mattino seguente si ripresentò in birreria e ordinò la sua solita birra. Finito di bere si avvicinò al bancone e mi disse: «Metti questa attaccata al telefono» e mi diede quello che, a prima vista, sembrava una specie di chiavetta USB. Si trattava in realtà di una microspia, di quelle professionali. Mi disse che gliel’aveva procurata un amico della polizia che gli doveva un favore. Gli chiesi se gli avesse raccontato la mia storia. Lui mi disse: «No, non preoccuparti. Ti puoi fidare di me. E poi, sai, ti capisco: anche io ho i miei segreti.». Non so bene perché ma in quel momento sentì che potevo fidarmi di lui. Forse era la consapevolezza che non ero più solo di fronte a quel problema.
L’avevo attesa con ansia e alla fine era arrivata, quella maledetta telefonata, esattamente il giorno dopo. La voce contraffatta mi disse di presentarmi quella domenica presso un capannone abbandonato che mi avrebbe indicato tramite un messaggio e-mail (dunque il bastardo conosceva anche il mio indirizzo di posta elettronica, andavamo bene). Con me dovevo portare una valigia con dentro 50.000 euro in banconote di piccolo taglio. Sarebbero servite per il suo silenzio, altrimenti avrebbe reso pubbliche le foto. Ne parlai immediatamente con Leonardo e lui mi disse di preparare la valigia con della carta di giornale in modo che sembrasse piena di soldi. A tutto il resto avrebbe pensato lui. «Sì ma dimmi almeno che cos’hai intenzione di fare» provai a dire io. Volevo sapere come avrebbe risolto la questione. Ma niente, lui continuava a dire di non preoccuparsi, che ci pensava lui. Da un lato la sua presenza mi rasserenava, mi dava sicurezza, ma dall’altra mi preoccupava. Non sapevo che cosa aveva in mente ma, dopotutto, quali altre opzioni avevo?

Tutta quella settimana fu un inferno per me. Scaricai il messaggio del ricattatore dalla posta elettronica e mi studiai per bene il percorso. Poi preparai la valigia mettendoci dentro dei vecchi giornali e riviste che appartenevano a mia moglie. Tra l’altro dovetti far tutto questo nei momenti in cui lei non era in casa per non metterle dei sospetti, i quali vennero fuori lo stesso inevitabilmente. Quando mi chiese dove erano finite le sue riviste dovetti inventarmi che le avevo buttate via per fare spazio in casa, subendo anche una scenata da parte sua. Ma non fu l’unico problema che ebbi con lei. Il nostro rapporto si stava deteriorando sempre di più in quei giorni e il mio comportamento così evasivo di certo non aiutava. Onestamente ero più preoccupato per la possibilità di perdere il mio lavoro, quella birreria che ero riuscito a conquistarmi con tanti sacrifici. Lei poteva andare a farsi fottere. Piuttosto non volevo farmi scoprire, così mi toccò pure chiederle scusa e prometterle che presto ci saremmo presi una bella vacanza e che si trattava solo di far passare questo periodo. Tutte cazzate che però servirono a calmarla. Ma dentro di me covavo una rabbia che era senza pari. Fino a qualche giorno prima ero il Re della mia vita, la conducevo dove pareva a me. Ora mi trovavo in balia di un ricattatore misterioso, di cui io non sapevo nulla, e di un ex rappresentante di liquori che non voleva dirmi niente di come avrebbe risolto la mia questione. Se mi fossi giocato tutti i miei soldi a poker, bendato e con le mani legate, avrei rischiato meno. Ma era inutile lamentarsi. Dovevo far passare quella settimana e poi sarebbe tutto finito. Dovevo pensare solo a questo, altrimenti sarei impazzito.

Continua nella parte 2.

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