Materia oscura

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Viaggio ai confini del razionale.

Yuri si era sganciato dalla nave di controllo.

Viaggiava ora nella sua capsula in ricognizione. Era uno dei pochi lussi che la compagnia di cui faceva parte, la R. Enterprise Inc., compagnia di recupero dei rifiuti dello spazio, era riuscita a concedergli visti i continui tagli dovuti alla crisi.

La capsula venne sparata fuori come un sasso lanciato nel mare, l’oceano sconfinato che si estendeva attorno a lui. Vedere l’immensità attorno a sé lo rilassava ogni volta. E la capsula poi si muoveva con un ritmo lento che gli ricordava la culla dove veniva dondolato da piccolo, o almeno a lui piaceva ricordare così. Non si è mai troppo sicuri di questi ricordi infantili e spesso si è portati a ricordare qualcosa di idealizzato piuttosto della realtà.

Il pilota automatico era stato progettato per percorrere un tragitto stabilito che sostanzialmente ripeteva all’infinito quello della nave: dalla zona di Ausonia fino a Proxima Centauri, giro intorno gli anelli di Saturno e poi ritorno al pianeta Terra. Yuri in realtà voleva solo fare una parte di quel tragitto, giusto per rilassarsi un poco per poi tornare alla nave.

“Non è poi un brutto mestiere”, si diceva da solo, “te ne stai qui, lontano dal rumore dell’atmosfera. È vero che stare a raccogliere i rifiuti delle altre navicelle non è il massimo, se poi ci aggiungiamo i resti di sonde, capsule tutto ciò che viene costruito e che poi si perde nello spazio… però a parte questo vuoi mettere com’è cavalcare in questo buio. Che pace! Che silenzio… ogni tanto serve. Essere leggero, non sentire la pesantezza del tuo corpo… come se stessi nuotando nel mare”.

Il pensiero corse a quando, da piccolo, con i suoi genitori andava in spiaggia e si portava in acqua, dapprima annaspando poi pian piano cominciando a macinare chilometri fino a quando dovevano trascinarlo via a forza sulla terraferma, “Era bello quel posto… chissà perchè non ci sono più tornato?”.

Era stato chiuso da quando degli stronzi ci avevano scaricato dei rifiuti con sostanze tossiche che avevano inquinato la baia. Il comitato dei cittadini aveva protestato ma il sindaco si era limitato a dire che i colpevoli del gesto sarebbero stati puniti severamente. In realtà si era limitato a far recintare la zona fino a che i rifiuti non fossero stati smaltiti e la zona sterilizzata e risistemata dalle squadre di pronto intervento ambientale. Erano passati trent’anni esatti e la spiaggia recintata era ancora lì senza che fosse cambiata una virgola. Ormai anche lui l’aveva quasi dimenticata.

Forse era stata quella la molla che l’aveva convinto ad intraprendere il lavoro di operatore ecologico spaziale, un mestiere che, all’epoca, era per pochi. Superato il test di ammissione, i vari esami medici e le prove di sopportazione nella camera del vento, era stato assunto dalla compagnia che finanziava la ricerca: la R. Enterprise Inc., prima azienda al mondo che si occupava di recuperare i rifiuti che astronavi e turisti spaziali lasciavano nel cosmo. Yuri considerava questo come una missione. Tenere pulito l’universo era un mestiere non da poco e lo faceva sentire importante per il benessere dell’ecosistema globale. E poi…

E poi, per il momento, se ne stava lì e osservava il cosmo.

Mentre era immerso nelle sue elucubrazioni mentali, notò un oggetto non identificato nella cartina spaziale del suo monitor. I sensori della capsula incominciarono a vibrare, segno che c’era qualcosa di fortemente radioattivo.

Era una specie di masso nero, tipo carbone, ma non era un pezzo d’asteroide.

Sembrava essere lì per caso, viaggiava senza meta, come tante altre cose, nello spazio ma con andatura più lenta e soprattutto non sembrava costante come gli altri corpi celesti.

Azionò l’arpione meccanico che prese l’oggetto misterioso. Mentre le macchine facevano il loro dovere, analizzando il reperto, diresse la capsula verso la nave-base. Lasciando così agli automatismi il lavoro sporco, si prese il lusso di coricarsi un attimo all’interno della capsula dove era adibito un piccolo letto, ignaro di quel che sarebbe accaduto da lì a poco.

Mentre dormiva sognò che era tornato bambino e che tornava alla spiaggia dove era cresciuto. Contemplava i colori sgargianti dell’estate e gli sembrava di poter toccare la sabbia. A un certo punto, prendeva una conchiglia e se l’avvicinava all’orecchio. Da lì sentì un suono acuto, prolungato, incessante come di… una sirena. Sì, era una sirena.

La sirena della nave di controllo.

Stava succedendo qualcosa.

I sensori sembravano impazziti.

“Che succede? Centrale, centrale…rispondete!”. Niente, le comunicazioni non rispondevano e, in compenso, dalla capsula cominciava ad arrivare uno strano odore di bruciato. Si alzò dal letto per andare a vedere cosa stava succedendo. Fu come se, improvvisamente, si fosse reso conto, per la prima volta, di essere da solo nel cosmo. Solo lui e le macchine, da cui lui stesso dipendeva. No, non era proprio quello il momento di farsi prendere dal panico. Fece un profondo respiro, si concentrò e si auto-convinse che andava tutto bene.

Poi, facendosi forza, salì sul ponte dei comandi e cominciò a verificare le varie possibilità: “Dunque, il motore è a posto, la valvola di ossigeno pure, i comandi rispondono… non capisco. Forse non è qualcosa che riguarda la nave”. Veloci calcoli, ragionamenti. Bisognava controllare la stiva. I sensori davano segnale in direzione della “cosa”, l’oggetto che aveva portato dentro la nave. “Ecco, lo sapevo, è quel pezzo di roccia che ho caricato prima! Adesso vado e la butto immediatamente fuori di qui”, disse fingendo un’ostentata sicurezza che non aveva.

Scese nella stiva e attraversò il corridoio buio. Sentiva la testa scoppiargli. Il caldo, evidentemente o forse anche qualcosa di più. La tensione, ecco, la tensione.

In tutto questo le cose nell’universo procedevano come sempre. Ogni tanto scoppiavano pianeti, galassie, se ne formavano altre. Il solito ordinato caos.

Ma lì dentro stava succedendo un altro tipo di caos.

Andando avanti Yuri provava ad immaginarsi tutte le possibili opzioni che avrebbe potuto provare se le cose fossero andate male ma non gliene venivano in mente. La verità è che lui non era abituato a considerare gli imprevisti. In una vita talmente monotona e ripetitiva chi poteva pensare a degli imprevisti? Per questo ogni minimo sussulto della nave in orbita lo atterriva. Ma, soprattutto, il silenzio che c’era, spaventoso più di ogni altra cosa. Ma andava avanti ripetendo a memoria lezioni di respirazione che aveva appreso in un qualche corso di training autogeno. Intanto si sentivano come degli scricchiolii. Molto strano. Ma si fece forza comunque: “È solo autosuggestione, autosuggestione”, continuava a ripetere dentro di sé. Ora davanti a lui c’era la porta della stiva. Compose il codice di accesso ed entrò. Dentro c’era tutto ciò che non avrebbe mai potuto immaginare.

Nella capsula era cresciuta una strana sostanza nera che si stava diffondendo al suo interno e che proveniva dal sasso che aveva raccolto.

La sostanza adesso sembrava si fosse fermata. Yuri rimase per un momento ad osservarla. Era la cosa più strana che avesse mai visto in vita sua. Si avvicinò alla strana “cosa” melmosa senza fiatare. Prese i guanti e una provetta per raccogliere una parte di quella sostanza. Facendo così una parte di essa fini nel guanto dove si allargò a macchia d’olio al braccio fino a penetrare la pelle. Da quel contatto Yuri cominciò a sentire dei dolori. La “cosa” bruciava e cominciarono a formarsi come delle macchie davanti ai suoi occhi e un dolore acuto lo paralizzò completamente.

Fu come un shock, una scossa elettrica nel cervello. Di qualsiasi cosa fosse fatto il liquido nero ora lo possedeva e non lo mollava più. Il mondo stava scomparendo mentre una luce in lontananza si avvicinava. Ora era vicina, era una finestra. E la finestra dava in una stanza. Una stanza che lui conosceva bene. Era la sua. Di quando era bambino. Vedeva davanti a sé come in un sogno. Ora pareva che si potesse muovere ma anche i suoi gesti non gli sentiva volontari ma guidati da una qualche forza oscura.

Davanti a sé una porta viola. Strano, non c’erano porte viola nella sua camera da bambino. Dentro la porta uno specchio. Yuri si specchiò in esso. Ma l’immagine che compariva non era la sua. Era quella di un uomo anziano, magro, pallido, con gli occhi vitrei, che lo fissava.

Yuri non poté fare a meno di urlare. Un urlo ancestrale, da raggelare il sangue. Il vecchio , dall’altra parte dello specchio, venne verso di lui e gli afferrò il collo. “No, no!”, gridava disperatamente Yuri mentre soffocava. Chiuse gli occhi non vide più nulla. Tutto era sparito. Il vecchio, la cameretta. Ora era in una strada. Ad accompagnarlo c’era suo padre. Suo padre. Era tanto che non lo vedeva ed era ancora più grande di quello che ricordava.

“Dove andiamo papà?” chiedeva come se fosse tornato bambino. Non ottenne risposta. Giunsero davanti a una struttura che ricordava un tempio orientale, con una lunga scala che conduceva all’ingresso. Salirono su per la scalinata, ma più si avvicinavano più il tempio si allontanava e il passo diventava sempre più pesante. Giunti finalmente in cima (senza neanche sapere come) si trovarono davanti alla porta del tempio. Suo padre non era più con lui. Avrebbe voluto cercarlo, ma la porta si era aperta e lui decise di entrare. Seduto a una scrivania stava un grassone pelato, verde dalla testa ai piedi che lo osservava e rideva, e intanto faceva dei calcoli con un pallottoliere. Intorno a lui milioni e milioni di monete. Poi tutto, attorno a lui, si fece di nebbia. Cercò una via d’ uscita procedendo a tentoni ma tutto lo spazio attorno a lui si era dissolto e non c’era più nulla di palpabile. Poi la nebbia si diradò.

Era tutto un vociare di suoni e chiacchiericcio confuso. Eppure tra le voci confuse che sentiva gli sembrava di riconoscerne alcune di note. Voci di sua madre che lo chiamava, dei suoi vecchi amici e compagni di gioco che parlavano tra di loro e si scambiavano notizie riguardo i risultati di calcio e degli ultimi videogiochi, e i discorsi, i commenti, i gossip, i pettegolezzi ma anche le confessioni, i discorsi incominciati e mai finiti, lasciati sospesi nel vuoto.

Ma quanti discorsi aveva fatto nella sua vita? E quanti di questi erano stati veramente necessari per lui?

Yuri si domandava queste cose mentre l’ennesima visione ne dava il posto a un’altra.

Era in una via del centro storico della sua città. Deserta, impalpabile a causa della nebbia. Mentre le ombre cominciavano a scendere scorse, in lontananza, una persona distante da lui che fissava il vuoto.

Yuri cercò di avvicinarsi a lui. Ma più si avvicinava e più quello si allontanava. Provò anche a chiamarlo ma non sentiva.

Finalmente, quando giunse ad una distanza ravvicinata, l’afferrò per un braccio. Era un uomo senza volto. Impassibile, questo non disse nulla né rispose alle sue domande. Si limitò a mettergli una mano sulla spalla, quasi un segno di compassione, e poi se ne andò via, non si sa bene dove.

A quel punto, non si sa bene perché, a Yuri venne una smania di urlare e di piangere.

Cominciò anche a contorcersi per terra come un bambino.

Poi il vuoto. Buio assoluto intorno a lui. Poi si svegliò.

Era nella sua solita camera con le finestre tappezzate di arancione, sulla Terra. Sua moglie era in cucina che preparava il caffè. Si guardò intorno: no, non c’era nulla di strano. Ogni oggetto della stanza era al suo solito posto in maniera rassicurante. Cominciò a tastare il letto. Era reale.

Si alzò e si guardò intorno. Quanto aveva dormito? Era stato tutto un sogno quello che aveva fatto, compresa la missione?

Controllò la data del giorno: doveva alzarsi per andare al lavoro. Quel giorno gli toccava il tragitto da lì fino agli anelli di Saturno e Proxima Centauri e poi ritorno alla nave-base. Doveva anche sbrigarsi, altrimenti sai che storie che gli facevano quei rompicoglioni dei suoi capi.

Lentamente Yuri si vestì, fece colazione, salutò la moglie e partì per un’altra giornata di lavoro. Prima però buttò quel pezzo di masso nero che aveva nel cofano. L’aveva recuperato durante una missione e l’aveva tenuto per ricordo anche se nessuno aveva mai capito che cosa fosse o a che cosa servisse. Lui se l’era tenuto pensando che sarebbe stato carino come soprammobile, ma poi l’aveva dimenticato lì.

“Che oggetto inutile!”, pensò. Lo buttò e mise in moto.

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