Arrival-Recensione

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Benvenuti nella fantascienza del nuovo millennio.

Arriverà nelle sale italiane il 19 gennaio 2017 la nuova opera di Denis Villeneuve, regista e sceneggiatore canadese famoso negli ambienti del cinema indipendente e poliziesco (è l’autore del riuscito Sicario con Benicio Del Toro), qui al suo primo blockbuster fantascientifico (si parla di un finanziamento di 40 milioni di dollari).

Chiaramente l’impronta autoriale si sente nel film, tanto da far dubitare di essere di fronte a un film di genere. Ma l’amore che il regista ha per la fantascienza si vede subito e anche la trama lo dimostra.

Partiamo, quindi, dalla storia, parecchio esplicita già dal trailer: si parla di invasioni aliene. O “presunte invasioni aliene”, come sarebbe più corretto dire, dal momento che tutta la storia si basa sul misteriosi messaggi che arrivano dalle inquietanti semisfere volanti piovute dal cielo e sparpagliate in dodici luoghi della Terra (e, per una volta, no, non sono solo gli USA ad essere oggetto d’attenzione dei dischi volanti).

Da qui entra in gioco la linguista Louise Banks (Amy Adams), professoressa e consulente delle forze armate (e qui si vede che non siamo in Italia perché da noi la Adams avrebbe dovuto avere almeno una sessantina d’anni per essere riconosciuta come “esperta di qualcosa” o anche solo avere una cattedra universitaria) che viene contattata per decifrarli. Le fa da assistente un professore di fisica, Ian Donnel (Jeremy Renner), alquanto scettico sulle sue reali capacità di risolvere il problema.

Siamo ben lontani da Indipendence Day e più dalle parti di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e 2001: Odissea nello spazio (ma anche della Trilogia extraterrestre di Dylan Dog che sembra quasi un prequel del film di Villeneuve). Con il primo ha in comune la trama che poco a che fare con lo scontro di civiltà ma cerca più di fare della filosofia sfruttando i cliché del genere, con il secondo un certo tipo di sperimentalismo tecnico che vuole rendere un’idea più che  mostrare effettivamente qualcosa.

Si capisce, infatti, fin da subito che il tema del film non sono tanto le presunte invasioni aliene ma qualcosa di più profondo che ha a che fare con il linguaggio. Già il fatto che la protagonista sia una donna e, per di più, non una scienziata ma una linguista è già una novità non di poco conto. Questi particolari non sono affatto trascurabili l’ottica femminile del film fa sì che anche il modo di agire e i risvolti della trama siano tali (e chi vedrà il film capirà il perché) e che la “guerra” tra genere umano e “visitatori” si giochi più da un punto di vista dialettico e diplomatico che non missilistico.

Anche dal punto di vista tecnico ricalca questa filosofia: tutto il ritmo del racconto si basa più sul sonoro che non sul visivo. La colonna sonora del film (già impressionante di suo) è contornata da suoni, messaggi vocali e il rumore dell’assenza di gravità (perché di vero e proprio rumore si tratta, anche se può apparire come un paradosso) che colpiscono lo spettatore mantenendo alta la tensione emotiva per tutte le due ore di film. Di contro, la rappresentazione degli alieni appare più raffazzonata, da B-movie anni ’60.

Per dirla alla Nanni Moretti, “le parole sono importanti”. Anche se estrapolata da un altro contesto, questa massima riassume tutto il significato del film: sono le parole e il linguaggio a cambiare il mondo. Un messaggio che assume, inevitabilmente, un significato politico più che mai attuale. Ma in fondo tutto il genere fantascientifico nasce con lo scopo di trattare i problemi dell’attualità (la fantascienza di un certo tipo almeno, sicuramente la più alta letterariamente). Perciò Arrival  può, a buon diritto, essere definito come “il racconto fantascientifico del terzo millennio”, un racconto filosofico e morale dove ci si interroga sul perché si fanno determinate azioni più che sulle azioni in sé. Tutto questo però senza il pericolo di annoiare, anzi, tenendo fede a quelli che sono gli stilemi del genere ma ribaltandoli in un’ottica postmoderna.

Il resto lo fanno i protagonisti del film: oltre alla già citata (e ottima) Amy Adams, anche Forest Whitaker capace di dar spessore anche a un personaggio apparentemente secondario e monolitico come quello del Colonnello Weber. Lo stesso si può dire dell’attore cinese Tzi Ma che dona al suo personaggio (un generale cinese guerrafondaio) un’impressione stereotipata (da caratterista) per poi ribaltarla, in maniera inaspettata, nel finale.

A questo aggiungiamo anche una fotografia molto accurata che rende gli effetti speciali molto “naturalistici” e veritieri, regalando una fluidità che non si era mai vista prima in un blockbuster fantascientifico.

Voto: 9

Consigliamo caldamente la visione di questo piccolo gioiello di Denis Villeneuve. Diteci la vostra opinione e cosa ne pensate della Recensione nello spazio dedicato ai Commenti qua sotto.

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