iBoy – #specialenetflix

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Un Black Mirror per teenager

Partiamo subito dalla trama: Tom (Bill Milner) un ragazzo nerd di un quartiere periferico è testimone di un tentativo di scasso e violenza nell’appartamento in cui vive (più precisamente davanti all’appartamento della ragazza di cui è innamorato, Lucy, interpretata da Maisie Williams). Scoperto e inseguito dai criminali viene colpito da un proiettile mentre cerca di chiamare aiuto con il suo iPhone.

Anzi, ad essere precisi è il suo ipHone a essere colpito, rilasciando pezzi di hard disk che s’inseriscono nella sua testa facendo sì che, da quel momento, Tom possa connettersi all’intera rete wi-fi della sua zona  e usarla a suo piacimento.

La premessa del film è, dunque, tipica del più classico dei superhero movies (a cominciare dall’archetipo che è Spiderman di Sam Raimi, per cui questo film poteva anche chiamarsi iPhoneMan).

In generale il prodotto è confezionato per rivolgersi a un pubblico teen come dimostra la scelta di attori provenienti da un preciso universo mediale (i film distopici young adult e le serie tv fantasy) con l’aggiunta di un’ambientazione scolastica (presupposto indispensabile per questo tipo di opere).

Inoltre sono presenti molte caratteristiche e cliché che alleggeriscono una trama altrimenti molto seriosa, per quanto riguarda l’argomento trattato. Uno su questi la tematica amorosa che si collega a un percorso di formazione del giovane eroe. Poi la tematica scolastica (molte delle scene sono ambientate durante le loro lezioni) e, infine, l’happy ending quasi obbligatorio, che stona particolarmente data la trama e lo stile molto cupi e realistici.

Sicuramente, infatti, un merito del regista Adam Randall è quello di aver dato a questo superhero movie uno stile innovativo e ricercato, soprattutto per quanto riguarda l’ambientazione (siamo in quartieri popolari malridotti e realistici).  Tratto realista che segue perfettamente lo stile e la fotografia delle ultime produzioni Netflix, con tecniche ed effetti speciali che prendono spunto dal grande cinema. L’uso del dolly e dei droni, unita ai campi lunghi e alla fotografia scura e naturale, contribuiscono a creare un sottofondo urbano che tende al neorealismo, il che in un film fantascientifico non guasta perché aggiunge verità e familiarità, in un a storia che mira all’empatia con il proprio pubblico e che parla dell’invadenza della tecnologia nella nostra vita (praticamente lo stesso di Black Mirror, altra serie di cui Netflix è produttore). Un’invadenza inevitabile che crea sicuramente dei vantaggi (d’altra parte qui viene usata come superpotere) ma può anche essere causa di guai. . Ma, come dicevamo, in un’ottica teen. Il che cozza inevitabilmente con tutto il resto rendendo la pellicola un miscuglio mal dosato.

Oltre al malriuscito amalgama, che dà sempre l’idea di voler osare ma non troppo, il problema sono anche i numerosi buchi di sceneggiatura presenti, veramente troppo evidenti e il fatto che il superpotere appare troppo evanescente. La rappresentazione poi segue lo stile delle pellicole cyberpunk alla Matrix per cui far vedere dei numeri su uno schermo in aria significa dare un’impronta tecnologgika al tutto. Una visione che appare, oggi, leggermente antiquata o (peggio) altamente prevedibile.

Sono questi piccoli difetti che frenano una pellicola altrimenti impeccabile nella struttura e nella descrizione dei personaggi che poteva essere veramente innovativa per il suo genere. Peccato, ma l’alta qualità mostrata dà un’impressione di genuinità che mancava da tempo nel genere e che servirebbe molto, non solo sul web. La pellicola raggiunge dunque la sufficienza, ma con un incoraggiamento ad applicarsi di più.

Voto: 6 e mezzo.

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