La scrittura totale

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Alcuni consigli dallo sceneggiatore di “Lo chiamavano Jeeg Robot”.

Dal 16 al 18 novembre 2016 si è svolto, presso il cinema Lumiére di Bologna, DOCUnder 30, festival dei giovani documentaristi dell’Emilia-Romagna. Per l’occasione si sono svolti numerosi incontri e workshop rivolti a professionisti del settore ma anche a semplici appassionati.

Uno di questi è stato il workshop sulla “Scrittura totale” tenuto da Menotti (al secolo Roberto Marchionni, fumettista e sceneggiatore di serie tv e film tra cui il fortunato Lo chiamavano Jeeg Robot).

Per “scrittura totale” s’intendono tutte quelle basi di scrittura che sono comuni a tutti i media in generale. È la capacità di scrivere qualcosa di crossmediale, che possa essere trasposto in media diversi tra di loro (dal fumetto, al cinema, alle serie tv…). Una materia transmediale che interessa sempre di più gli addetti al settore dal momento che l’universo mediale è sempre in continua evoluzione e mantenere un tipo di scrittura fluido e malleabile è una dote sempre più importante.

Vediamo, dunque, cosa ci ha raccontato, in quell’occasione, Menotti:

La base comune (per tutti i tipi di scrittura) è la STORIA. Ogni narrazione deve sempre avere una storia all’interno e questa deve essere chiara già nei primi 5 minuti in cui il fruitore si approccia ad essa (importante questo fatto, soprattutto per quanto riguarda le serie tv).

Ogni storia, poi, esiste solo se c’è un CONFLITTO al suo interno. Il conflitto è quando un personaggio vuole qualcosa e, per averla, deve affrontare diversi ostacoli prima di giungere a una soluzione che gli permetterà di ottenerla.

Abbiamo, dunque, tre elementi basic per qualunque tipo di storia: PROTAGONISTA, OBIETTIVO, CONFLITTO.

Tali elementi, insieme alle le dinamiche che li legano tra loro, vengono spiegati molto bene in un famoso saggio dello scrittore/sceneggiatore Syd Field, Screenplay, una sorta di Bibbia per chiunque si approcci alla scrittura creativa.

In questo manuale viene spiegata al cosiddetta TEORIA DEI TRE ATTI secondo cui ogni storia può essere suddivisa in tre momenti ben precisi:

SET UP – CONFRONTATION – RESOLUTION (Inizio-svolgimento-fine)

Esistono, ovviamente, delle eccezioni a questa rigida regola (Breaking Bad ha una struttura che è in 4 atti) ma questa è sicuramente quella più semplice e canonica (e, proprio per questo, adatta a una scrittura malleabile). Si tratta di uno schema semplice e comprensibile per il pubblico e talvolta viene usato per mostrare una storia apparentemente superficiale dietro un’altra ancora più profonda (spesso gli schemi di scrittura possono intrecciarsi tra di loro) come è il caso del film Rocky, che parte come un film “classico” e poi si  dimostra dissacrante nel finale.

Analizzando più approfonditamente le varie parti della Teoria dei tre atti, si scopre che queste possono essere a loro volta suddivisibili in ulteriori parti e, quindi, risultano molto più malleabili del previsto.

Per quanto riguarda il SET UP questa è la parte in cui, di solito, viene presentato il protagonista (che non è per forza sempre positivo). È importante saper presentare bene il personaggio, che deve catturare subito l’attenzione del fruitore. Un ottimo esempio è l’incipit del film Le mele di Adamo dove il protagonista viene introdotto senza troppi giri di parole ma cogliendolo in gesti e situazioni significative.

Dopo questa prima parte viene la CONFRONTATION (in italiano: il confronto) in cui il protagonista è costretto ad affrontare ostacoli per raggiungere il proprio obiettivo. Questa parte viene, spesso, introdotta da un Plot Point, una rottura dell’equilibrio iniziale che muove all’azione il protagonista (memorabile quello di Un giorno di ordinaria follia che viene presentato direttamente nell’incipit). Tale conflitto prosegue poi con gli input lanciati dagli altri personaggi che possono essere di supporto oppure a contrasto  con il suo obiettivo. La confrontation è tutta basata su questo continuo rimpallarsi di obiettivi e input diversi. Il conflitto nasce dal confronto con il protagonista e gli altri personaggi. Questo, inoltre, dovrà all’inizio apparire come  “difficile” o “insormontabile” prima di arrivare alla risoluzione finale (quasi tutte le sit-com si basano su questo meccanismo creando iperboli e situazioni al limite del surreali che, alla fine, si rivelano delle cazzate semplici e facili da affrontare).

Infine, la RISOLUZIONE dovrebbe arrivare proprio nella situazione peggiore, quella che sembra essere senza soluzione. La si può (si dovrebbe) introdurre già dall’inizio grazie a una tecnica detta raccolta e semina: un indizio che viene lanciato all’inizio o, comunque, all’interno del racconto che sembra banale e senza senso ma che, alla fine, si dimostra  fondamentale per raggiungere l’obiettivo a lungo desiderato. Si tratta, per l’appunto, di seminare questi indizi/input lungo tutta la narrazione. La risoluzione spesso può scombinare completamente il set up iniziale cambiandolo completamente cosicché il protagonista compie un vero e proprio “viaggio di formazione” risultando, alla fine, del tutto diverso di com’era all’inizio. Un esempio perfetto è proprio Lo chiamavano Jeeg Robot, dove il protagonista ha un obiettivo iniziale che, lungo tutto il corso della narrazione, cambia verso la fine perché è cambiato lui come persona e non desidera più quello che desiderava all’inizio ma vuole qualcos’altro. L’obiettivo iniziale, dunque, può anche non essere raggiunto, ma semplicemente sostituto con un altro obiettivo/desiderio.

I problemi nascono quando nelle storie il personaggio non vuole nulla, oppure vuole troppo poco ( per motivare interesse da parte del fruitore). È importante, dunque, sapere dove vuole andare a parare la nostra storia e quale obiettivo finale vorrà il nostro protagonista.

L’incontro con Menotti prosegue con domande dal pubblico sul mestiere dello sceneggiatore (di cui non abbiamo tempo per parlare in questo articolo ma non è detto che non ci torneremo più avanti) e con altri esempi di film/serie tv/ fumetti…

La struttura in tre atti, dunque, è un ottimo punto di partenza per costruire storie che possono viaggiare da un medium all’altro (proprio perché costruite secondo uno schema basico), fattore molto importante in un mondo, come quello mediale contemporaneo, che non chiede più “racconti” ma “progetti” ossia prodotti che possano avere vita su piattaforme diverse.

Andate e compite il vostro viaggio eroi (possibilmente con un obiettivo chiaro e definito)!

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