Animazione – #specialenetflix

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“Trollhunters” e “Kulipari: l’esercito delle rane”, due Originali Netflix pieni di sorprese.

Continuano gli speciali dedicati alla piattaforma più amata dagli italiani (Cuccarini scansate!).

Dopo aver esplorato il mondo dei documentari, questa volta la nostra attenzione si sposta al mondo dell’animazione. Vorremmo chiamarla così piuttosto che “cartoni animati”, termine erroneo nato da una traduzione sbagliata dall’inglese che, purtroppo, tale è rimasta. Oltretutto il termine rimanda, inevitabilmente, al mondo dell’infanzia, quasi svilendoli, quando il mondo dell’animazione ha già ampiamente dimostrato (circa da una decina d’anni almeno se non siete vissuti su Marte) di essere molto trasversale.

Ovviamente l’80% dei prodotti d’animazione sono pensati per una fascia d’età che non supera i 13 anni (a tal proposito esiste un intero catalogo a parte di Netflix denominato Kids che presenta molte cose interessanti) ma esistono eccezioni. Come, ad esempio, Bojack Horseman, singolare serie animata con protagonista un cavallo antropomorfo (in un mondo dove coesistono animali simili e umani) che è un’ex-star televisiva degli anni 90 in piena crisi depressiva. La parola “serie animata” non è usata a caso: Bojack Horseman è una vera e propria serie tv (e non stiamo esagerando, è così anche nel catalogo) con i suoi ritmi da sit-com, le guest-star e temi esistenziali sviscerati meglio di qualsiasi serie “live action”. Per questo motivo deve essere considerato per quello che è: un prodotto ibrido che viaggia tra due mondi (come quello degli esseri viventi che lo popolano). Per questo motivo terremo da parte questo prodotto per un (eventuale) altro Speciale. Concentriamoci, invece, su quelle che sono effettivamente catalogate come “cartoni animati” (termine orribile, perché lo stiamo usando!?!?).

Tra le proposte di Netflix due sono particolarmente degne di nota: Trollhunters e Kulipari: l’esercito delle rane.

Entrambi questi prodotti sono, a loro modo, indicativi di un certo tipo di ricerca, a livello narrativo, e hanno molte caratteristiche in comune:

-una forte orizzontalità;

-un disegno di alto livello;

-comune derivazione letteraria/autoriale;

-target trasversale;

Trollhunters

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Co-prodotto con Dreamworks, in collaborazione con il regista Guillermo Del Toro che è anche l’autore del romanzo (scusate se è poco) da cui prende spunto la storia, Trollhunters narra le vicende di James “Jim” Lake, un normale adolescente di un’altrettanto normale cittadina americana con i problemi tipici della sua età (le donne, i bulli e i brufoli).

Anzi no, Jim non è un ragazzo qualsiasi: lui è il Trollhunters (“difensore di Troll” nella versione italiana), scelto appositamente dal medaglione che gli conferisce poteri straordinari e la capacità di viaggiare tra il mondo reale e quello parallelo della città dei troll e anche avere un’armatura fighissima. Il suo scopo è difendere questi due mondi dagli attacchi dei troll malvagi che cercano costantemente di fuggire dalla prigione magica in cui furono rinchiusi anni addietro.

Compito certamente non facile dal momento che Jim deve anche occuparsi della scuola e di sua madre Barbara che, nel frattempo, ha iniziato una relazione con il professore di Storia del figlio, Walt Stricker, da una parte una figura paterna per il ragazzo, dall’altra un ambiguo mentore.

Per fortuna Jim può contare sull’aiuto dei suoi amici: il grasso falso-magro nerd Tobia (o Tobaias, come spesso viene chiamato) e l’amica del cuore/fidanzata Claire. Oltre a questi due, Jim può contare su due guide d’eccezione: Blinky e AAAARGH (sì, si chiama così) due troll buoni che hanno il compito di educarlo e prepararlo per le battaglie che sarà costretto ad affrontare.

Trollhunters è un perfetto connubio tra action e fantasy, un prodotto trasversale adatto sia per le fasce d’età più basse (per il suo aspetto scanzonato e slapstick) sia per quelle più alte (per l’aspetto avventuroso). I temi sono quelli tipici di tante altre produzioni del regista messicano (come Il labirinto del fauno): un percorso di formazione che si basa sul rapporto costante con il diverso, il mostruoso, con qualcosa che apparentemente crea ribrezzo e disgusto.

Le parti più divertenti, ma anche quelle che suscitano più riflessioni, infatti sono i continui scambi tra mondo reale e mondo sotterraneo e per entrambi (umani e troll) lo scambio tra una dimensione e l’altra risulta sempre traumatico. Questo comporta una forte caratterizzazione per tutti i personaggi (necessaria per mostrare la differenza di personalità da un passaggio e l’altro) e una non troppo netta distinzione tra buoni e cattivi che rende i personaggi più complessi, “a tutto tondo”.

Si tratta di un elemento molto “adulto” che non si trova spesso nelle altre produzioni pensate per lo stesso target, così come il fatto che la storia sia prettamente orizzontale, cosa possibile per una piattaforma digitale che rilascia in ordine tutti gli episodi (non sarebbe possibile la stessa cosa in una rete televisiva) e permette così una visione prolungata. In effetti, vedendo la storia la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un lungometraggio di quasi due ore diviso in puntate. Tutti fattori che, combinati assieme a una storia di formazione non convenzionale come questa, conferiscono alla serie lo status di prodotto di qualità con una chiara impronta autoriale: quella di Del Toro che (qui come in altre produzione) riesce a introdurre elementi horror e dark con stilemi della cultura ispanica (Claire, la protagonista femminile è di origini messicane).

Kulipari, l’esercito delle rane

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Anche Kulipari, tratto dalla serie di romanzi di Trevor Pryce, presenta una storia prettamente orizzontale sebbene risulti molto più “tradizionale” come struttura (e anche come disegni, utilizzando un 2d in cui la presenza della CGI è quasi nascosta e ridotta al paesaggio e alla natura).

In un mondo parallelo ed esotico, abitato da animali antropomorfi, avviene un epico scontro tra rane e scorpioni per il controllo di Anfibilandia, una specie di oasi rigogliosa circondata da un deserto arido. A difesa di questo “paradiso terrestre” vi sono i kulipari, delle rane-guerriere dotate di veleno, unica arma contro i perfidi scorpioni. Darel è una giovane rana di bosco che ambisce a diventare un kulipari, ma è sprovvisto del veleno e quindi il suo unico destino sembra essere quello di rimanere, come semplice mercante, nel villaggio dove è nato. In realtà la sorte ha in mente per lui un ruolo ben più importante, qualcosa che Darel non immaginerebbe mai…

Dall’ambiente metropolitano di Trollhunters si passa a uno scenario fantasy lontano dal tempo e dallo spazio, non privo di rimandi biblici.

Anche qui abbiamo un percorso di formazione in cui scopriamo, puntata dopo puntata, la vera vocazione dell’eroe. Lo schema, dicevamo, è molto tradizionale: anche in questo caso l’orizzontalità la fa da padrona, ma in ogni puntata è presenta anche una componente verticale, rappresentata dalle prove che Darel è costretto a superare ogni volta. La storia, inoltre, s’inserisce in uno scenario bellico ed esotico, da film di arti marziali. E, in effetti, per ogni prova superata Darel acquisisce un certo potere ogni volta come in un vero e proprio addestramento. Il cliché del “giovane eroe alla ricerca della propria strada” si completa con l’inserimento di un mentore il maestro Myiagi della situazione, in questo caso la vecchia rana Old Jir (doppiato, nella versione originale, da Mark Hamill), che fa da guida per il nostro eroe (supportato sempre da una combriccola di amici/aiutanti).

Lo schema della narrazione, quindi, è molto tradizionale e rispetta i canoni del genere, molto più di Trollhunters. Eppure, analizzando approfonditamente la storia e scavando sotto la patina da “serie animata per bambini” che sembra evocare il titolo in questione, si nota come il lavoro di stesura degli input narrativi sia molto preciso e meticoloso. La storia, da un certo punto in avanti, comincia un climax drammatico che culmina, nelle ultime puntate, con uno scontro finale pieno di rimandi  e citazioni alla saga di George Lucas (e forse non a caso è stato scelto Hamill tra i doppiatori), in cui tutto ciò che era stato preannunciato nelle prime puntate si realizza. Rivedendo più di una volta la storia si può notare come tutto, fin dal principio, fosse prevedibile. Ma la tensione continua e l’abilità degli sceneggiatori di tenere incollato lo spettatore con dei buoni cliffhanger fanno sì che questo non annoi lo spettatore e tenga sempre sospeso il giudizio finale sugli eventi.

Questo grazie anche a personaggi ben costruiti che si muovono sempre al confine tra bene e male, dimostrando come si possa raccontare una storia di redenzione e tolleranza (che sono i veri temi della storia) anche a un target molto basso (che risulta così molto trasversale). La guerra contro gli scorpioni diventa, infatti, il banco di prova in cui tutti gli animali di Anfibilandia (non solo le rane) devono cercare di allearsi per poter vincere, lasciando da parte i pregiudizi e le antipatie che intercorrono tra di loro. A tutto questo si lega un discorso di sostenibilità ambientale e salvaguardia della biodiversità, temi di grande attualità.

Kulipari, quindi, risulta un prodotto molto meno superficiale di quanto sembra. In esso si può trovare un certo gusto per le saghe fantasy ed epiche unito alla componente action e alle arti marziali che intrattengono lo spettatore unendo divertimento e riflessione.

Entrambi questi prodotti sono di grande qualità e di alto livello per il target a cui si propongono dimostrando una ricerca stilistica e tecnica notevole. C’è la volontà di superare le barriere del Kids per creare opere originali che si rivolgano a un pubblico che sia il più trasversale possibile. E questo, da parte di Netflix, è sicuramente ammirevole ed è auspicabile che possa trovare presto degli epigoni anche in altre piattaforme o reti televisive.

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