A volte ritornano – #specialenetflix

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Quando le serie diventano…dure a morire.

L’ultima tendenza relativa alle serie originali Netflix pare essere  quella di volere sfidare la morte a tutti i costi in tutti i modi possibili. Un vero e proprio leitmotiv che si sta facendo largo anche in altre piattaforme, rivelatore di un certo gusto estetico che ha sicuramente delle basi in alcuni fattori sociologici e antropologici. Ma andiamo con ordine.

Il desiderio di superare i confini naturali, in effetti, è un fattore intrinseco della serialità televisiva (e della serialità in generale). Si tratta di volere reiterare qualcosa potenzialmente all’infinito. Con questo principio sono nate quasi tutte le serie televisive che dovevano offrire agli spettatori un appuntamento quotidiano/settimanale e quindi dilatarsi nel tempo e nello spazio (ad eccezione, ovviamente, per le mini-serie o i film per la tv che vengono definiti, per l’appunto, “serialità debole”).

Recentemente Netflix sembra avere fatto suo questo concetto potenziandolo, alla propria maniera. I reboot di serie televisive storiche (leggasi “il ritorno di Gilmore Girls“) vanno in quella direzione. In un’epoca di abbondanza e surplus di serialità televisiva come quella di oggi, la reiterazione si è, infatti, ormai affievolita sempre di più, in favore delle miniserie o dei film per la tv. Anche le serie televisive “lunghe” non durano più di 3-4 stagioni, in favore piuttosto di tali reboot (o anche remake) che riazzerano la narrazione da capo (dopo il successo di Gilmore Girls pare sia in cantiere una nuova serie de Il principe di Bel-Air) vuoi per mancanza di tempo concesso allo spettatore (che ha sempre davanti a sé giornate di solo 24 ore), vuoi per la sempre minore capacità d’attenzione che è scesa ben al di sotto dei canonici 5 minuti. Così, in questo modo, si decide di puntare su serie che hanno già un sicuro impatto e presa da parte del pubblico magari puntando sul tanto discusso “effetto-nostalgia” che domina già al cinema.

In questo modo le serie considerate prima “morte” tornano in vita e sembrano sfidare il tempo, adattando lo stile iconico con cui sono nate a un minutaggio e una tecnica più “moderne” rendendo, di fatto i propri personaggi “immortali”.

Tale immortalità però non è solo a livello strutturale ma anche tematica.

Prima i vampiri, poi i licantropi, recentemente gli zombie: pare che i personaggi delle serie tv proprio non ne vogliano sapere di rimanere nell’aldilà. Così ecco che una carica di non- morti e “ritornanti” la fa da padrone nelle ultime uscite della piattaforma online. I “morti che tornano in vita” sono diventati un vero e  proprio cliché narrativo da The Walking dead in poi rivelandosi più vivi che mai.

In particolare zombie e fantasmi sembrano essere diventati i veri eroi della contemporaneità, come dimostra il proliferare di serie a loro dedicate, non solo su Netflix ma anche su altre piattaforme. Ma quali sono i motivi del successo di questo tipo di storie?

Vediamo di capirlo attraverso alcuni punti tematici:

  • Il punto di vista “esterno”

Il non-morto si presenta fin da subito come un anomalia, come qualcosa che non ci dovrebbe essere, e invece c’è e si fa sentire (a modo suo). È il punto di vista dell’outsider, dell’estraneo, la scheggia impazzita all’interno di in un sistema preciso e ordinato. Si tratta di personaggi tornati da un mondo “altro” che sono ormai al di fuori dell’ordinarietà. Questo tema lo si può trovare nelle serie Glitch e The Returned dove il ritorno di persone morte scardina le convinzioni e le strutture mentali dei personaggi “viventi”. Si tratta dunque di un ottimo escamotage narrativo che crea un conflitto interessante.

  •  Domande esistenziali

Chi siamo? Qual’è il nostro scopo nella vita? Cosa c’è dopo? Domande che tutti prima i poi ci poniamo. E a maggior ragione se le può porre chi, una volta tornato da un luogo dove regolarmente non si dovrebbe tornare, si trova a dover ri-affrontare la normalità. Soprattutto se le persone attorno a te si sono già ricostruite una vita. Quando dovresti essere morto è difficile trovare una ragione per andare avanti poiché in teoria il tuo scopo dovrebbe essere esaurito. E invece il”ritorno alla vita” può essere un ottimo modo per ritrovare un nuovo scopo. Così è per la protagonista di iZombie, geniale serie Netflix che unisce horror, comedy e detection raccontando di una neuropsichiatra che torna in vita in modalità zombie e si nutre di cadaveri nell’obitorio di un ospedale. Fatto che le permette anche di vedere i loro ultimi istanti di vita e quindi diventare un’ottima risorsa per la polizia nello scoprire i delitti irrisolti.

  • Superpoteri

“Rinascere”, dunque, diventa un percorso di formazione per riscoprire sé stessi e le proprie potenzialità, magari fare ciò che in vita non si sarebbe mai potuto fare. La rinascita, inoltre, consente spesso ai personaggi risorti di ottenere in dote un “dono” o “potere” che le persone normali non hanno. Così è per la dottoressa di iZombie, ma anche per Vanessa Helsing (pro-nipote del celebre cacciatore di vampiri) in Van Helsing, trasposizione della graphic novel omonima. Il continuo oscillare tra l’orrore per una condotta di vita non proprio esaltante (gli zombie principalmente vivono per mangiare cadaveri) e la possibilità di acquisire poteri soprannaturali (a volte persino l’immortalità), tra “volere” e “potenza”, è la chiave che spinge i protagonisti a desiderare una vita oltre la morte. Così è anche per la protagonista di Santa Clarita Diet, una non-morta che riscopre una vitalità mai avuta prima dopo essere stata infettata da un virus che l’ha resa uno zombie cannibale. Da un grande potere derivano grandi responsabilità…  

  • Critica alla società

Una volta tornati in vita, dunque, si ha una percezione diversa della realtà in cui si era vissuti prima. Tutti i protagonisti (anzi “le protagoniste”, da notare come, in questo genere di serie, gli eroi-protagonisti sono soprattutto donne) devono subire questo scoglio  insormontabile. Il che è in realtà una scusa per osservare la realtà con occhi diversi e, quindi, rendersi conto che non viviamo certamente nel “migliore dei mondi possibili”. Il punto di vista esterno dei personaggi rivela tutte le storture e le contraddizioni del mondo dei viventi. Le serie elencate finora mostrano quanto siano fasulli i legami e le relazioni umane e come i “non-morti” siano in realtà molto più “vivi” (nel senso di “reali”, “sinceri”) dei cosiddetti viventi. Non è un caso che molte di queste serie siano legate al genere post-apocalittico (come il già citato Van Helsing) dove viene evidenziata la decadenza del mondo “civile” con tutti i valori che si porta dietro.

  • Voglia di libertà

In un mondo di “vivi morenti” (tanto per citare Tiziano Sclavi) la “resurrezione” dall’aldilà, anche nella forma di zombie o di cannibale, è un vero e proprio atto che indica un desiderio di rinascita e di libertà. I morti, si sa, non hanno regole (che gli frega a loro? sono morti) e quindi possono rifarsi la vita che vogliono, oppure regolare alcuni conti lasciati in sospeso, riscattare una vita che, fino a quel momento, non era stata vissuta pienamente. Spesso si può passare indifferentemente da un mondo all’altro, come la protagonista di The OA, altra serie tv che parla di morte e reincarnazione (più che risurrezione) che nasce e muore continuamente per trovare un contatto con altre persone che vengono “liberate” proprio grazie alle sue continue esperienze di pre-morte (per chi ha fede in lei ovviamente, ma non spoileriamo troppo la trama, andate a vedervi la serie che è un capolavoro).

  • Riscatto sociale

Abbiamo già detto che i motivi del ritorno in vita possono essere tanti. Spesso chi torna in vita ha uno scopo ben preciso, un compito che non è riuscito a portare a termine da vivo e può farlo solo da morto. Così è per i protagonisti di Glitch, per esempio. A questo tema si lega anche il leitmotiv dello “scambio d’identità”, a tutti gli effetti anche questo una sorta di rinascita. Nella serie tv Orphan Black, la protagonista, come una moderna Mattia Pascal, ruba l’identità di una morta per fuggire dai suoi persecutori e potersi rifare una vita, senza sapere che andrà a cacciarsi in guai ben peggiori. Nel suo percorso di formazione questa nuova identità le permetterà di riscattarsi socialmente diventando, da protagonista negativa, a eroina. Un leitmotiv che ha molto successo anche perché connesso al tema (un po’ paranoico) della realtà sempre più manipolabile in cui viviamo.Non è un caso se un’altra serie di successo, stavolta di Amazon, Sneaky Pete, parte dalle stesse premesse.

Da questi punti tematici possiamo vedere come tali serie televisive s’inseriscano in un discorso più ampio che riguarda la volontà di cercare un riscatto morale, una nuova strada da cui ripartire. Il non-morto ha un potere veramente straordinario e non si tratta della capacità di avere visioni sulla morte delle persone o una forza sovrumana. È il fatto di potersi permettere una “seconda possibilità” per poter migliorare la sua vita precedente, per rimediare ai propri sbagli. Inoltre, tale escamotage permette un’empatia incredibile con gli spettatori perché, al pari di loro, i non-morti non sanno di preciso il perché della loro condizione: sono così e basta; gli è capitato di trovarsi così, il che permette di scoprire le loro capacità di pari passo con gli spettatori stessi.

Inoltre, come gli stessi spettatori, essi hanno il vantaggio di avere un punto di vista “esterno” alla realtà in cui vivono, più oggettivo. In alcune serie i fantasmi dei morti sono di aiuto agli investigatori per risolvere i crimini, il contatto con l’aldilà permette di avere testimoni oculari molto più sinceri e obiettivi dei viventi. Ecco spiegato, allora, perchè nelle ultime serie televisive (non solo di Netflix ma anche delle reti più generaliste, pensiamo alle recenti fiction RAI Rocco Schiavone e La Porta Rossa) il tema “soprannaturale” risulta preponderante: in una società dove non ci si può fidare dei vivi, i morti sono l’unica certezza (proprio perché la morte stessa è l’unica certezza).

La possibilità di tirare una linea con il proprio passato e ricominciare da capo è una vera e propria liberazione e compensazione per lo spettatore che può considerare così la morte non più come “fine di qualcosa” ma “inizio di qualcos’Altro”. Tutti questi elementi diventano così sintomi di una malessere sociale per un mondo considerato ormai morto (quello contemporaneo occidentale) che però non si arrende ma richiede un nuovo inizio, una catarsi generale da cui rinascere, ancora una volta, dalle proprie ceneri, come Fenice.

Serie citate: iZombie, Glitch, The OA, The Returned, Orphan BlackVan Helsing, Gilmore Girls, Santa Clarita DietLa Porta Rossa, Rocco Schiavone, Sneaky Pete,  The Walking Dead;

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