Fiore nel cemento

Monumento_alla_Resistenza_e_Deportazione

25 aprile: per non dimenticare.

1973

Emily raggiunse la casa alle ore 12.00 in punto.

La signora Folini si presentò in vestaglia ad aprirle, non si aspettava neanche lei tanta puntualità.

«Oh carissima, entri pure. Troverà la casa un po’ in disordine adesso, non si preoccupi, non è sempre così».

Certo, ovviamente Emily comprendeva. Conosceva bene quella casa, era stampata nella sua memoria. Respirò alacremente l’odore dei muri e del chiuso. Nella parete era rimasto l’orologio a muro che da piccola la ipnotizzava con il suo ondeggiare. Ora però era fermo. A mezzogiorno e dieci per l’esattezza.

«Allora le è piaciuto il giro? Che fa la prende?», la signora Folini interruppe il flusso dei suoi pensieri.

Emily sospirò e chiuse gli occhi per un mezzo secondo. Poi rialzò la testa e si volse verso la sua interlocutrice: «Sì, la prendo». Era un’affermazione forte, quasi da matrimonio.

«Perfetto le porto subito le carte», i modi della signora Folini erano decisamente molto spicci «Sa, devo ancora capire come mai ha preferito questa vecchia catapecchia all’attico vicino al mare che era decisamente più confortevole. Ma sicuramente lei saprà meglio di me cosa è meglio». Certo che sì. Emily sapeva bene il perché della sua scelta. Non voleva altre case, voleva quella casa. Non avrebbe potuto sceglierne altre.

Lia si alzò presto quella mattina. L’aria primaverile le faceva venire voglia di alzarsi e uscire, anche se la sua schiena non era d’accordo. Ma lavorando in campagna aveva imparato come bastava solo dare alle cose il loro tempo. E anche le persone non facevano eccezione.

Si lavò un poco la faccia e le mani senza tirarsi su le maniche e uscì.

Prese il badile e lo appoggiò sul rubinetto della fontana esterna che aveva fatto installare nel suo casolare.

Fu mentre aspettava che l’acqua raggiungesse il livello giusto che le venne in mente di arrotolarsi le maniche. Questo per un puro gesto meccanico, senza uno scopo specifico per il suo lavoro o un significato per lei. E fu in quel preciso momento che una voce le fece raggelare il sangue.

«Buon giorno signora Venturi, bella giornata vero?»

Lia cacciò un urlo scostandosi e tirandosi giù le maniche. «Oh mi scusi, l’ho spaventata?», era Ermanno, il postino che, ormai da dieci anni, le consegnava la posta.

«Oh, mi scusi Ermanno non l’avevo vista. Io…mi sono appena alzata e…sono ancora un po’ stanca».

Lui non si scompose, anzi, rise divertito alla vista di quella buffa vecchietta che era tanto forte fisicamente quanto suscettibile per queste inezie. Consegnò le bollette e se ne andò via.

Anche se apparentemente il suo viso dava segno di essersi calmato, Lia sapeva bene che la sua reazione aveva un motivo preciso. Si mise a sedere e si guardò intorno per un attimo, controllando che non ci fosse nessun altro nei dintorni. Poi, lentamente e con una certa paura ebbe il coraggio di guardarsi il braccio. Quel braccio che era per lei motivo di ribrezzo perché aveva il potere di scatenare ricordi indicibili. Quel braccio dove era tatuato sopra un numero (44372) che le ricordava, ogni volta, la sua condizione: lei era una sopravvissuta.

1943

Lia prende per il braccio Rosa e insieme vanno al mercato nero. Lia è riuscita ad avere una tessera, il che vuol dire che anche quella settimana le due potranno mangiare qualcosa. Non sarà granché ma potranno sopravvivere.

Prima che riescano ad arrivare al mercato, però, vengono immediatamente bloccate da due soldati tedeschi che intimano loro di mostrare i documenti. Le altre volte non era successo che la fermassero con sua figlia di fianco.  Non potrebbero in teoria, se ancora un briciolo di umanità è rimasto nell’animo di questi tedeschi invasori.

Ma Lia non può sapere che il mondo è cambiato troppo in fretta e che lei e sua figlia sono rimaste troppo indietro.

Indietro rispetto ai loro parenti che ora sono partigiani e che sono partiti per i monti, mentre lei e sua figlia hanno preferito restare in quel posto, invivibile certamente ma pur sempre casa loro.

E non sanno che, per questa decisione, ora verranno prese e portate via.

Perché “qualcuno” ha fatto saltare la caserma dove risiedono i tedeschi durante la notte. E ora questi hanno bisogno di un capro espiatorio.

E chi meglio di una donna imparentata con uno dei latitanti che sono scappati sui monti (così risulta dai documenti) e di sua figlia?

Le due vengono così caricate sulla vettura militare, nonostante i reclami e le lamentele della madre.

Da lì inizia un viaggio all’Inferno. Non quello dantesco, quello reale, purtroppo.

1973

Emily aveva lasciato l’appartamento da circa un’ora. Si era appoggiata un momento sul divano per poi rannicchiarsi, come faceva da bambina. Voleva solo riposarsi un attimo. Ma quell’attimo era durato molto più di quanto pensava. Era così in ritardo! Mr. Briggs, l’investigatore che aveva assunto per risolvere il suo caso, l’aspettava al caffè centrale.

1943

Lia e Rosa sono spedite in Germania, in un campo di concentramento tedesco dove vengono subito separate. Per Lia sono giorni di sofferenza e paura. Non tanto per i cani che le ringhiano dietro o i kapò che minacciano di stuprare lei e le sue compagne. La vera paura è per la piccola Rosa. Non sa dove si trovi e non le permettono di farle visita. E nella notte le grida e il fumo si levano dalla vecchia fabbrica abbandonata accanto alla loro prigione. Un fumo nero che copre il cielo e le stelle. E se l’avessero già portata lì dentro, in quella fornace dove portano tutte, prima o poi?

1973

Rosa si rialzò e buttò via tutti i pacchi che le aveva portato Ermanno. Tornò alle sue piante sempre uguali, sempre stabili, con le loro radici forti ben impiantate nel terreno.

I giorni di Auschwitz erano lontani eppure, ancora dopo tanto tempo, si svegliava nel cuore della notte ansimando.

E rivedeva tutto: le baracche, la neve, la fornace…

1945

Da quanto tempo è lì? Ormai non se lo ricorda più, sono passati troppi mesi. E Rosa è ancora viva? Non sa nemmeno questo. Passano i giorni e le ore. La routine lavorativa è diventata la vita di Lia. Il giorno prima una delle sue compagne ha esalato l’ultimo respiro. Era da tempo deperita a causa della malnutrizione e ossuta come uno scheletro. Però le sue ultime parole Rosa non le scorderà mai: «Guarda le radici. Quelle non muoiono mai». Da giorni Lia ripensa a quelle parole. Poi, dal pavimento della caserma, spunta una piccola gemma, di un qualche fiore che stava per sbocciare. Si intravedeva l’erbetta spuntare dal cemento.

«Un fiore che sboccia» esclama Lia tra sé «pure qui. Chi l’avrebbe mai detto». Un fiore, forse una piccola Rosa. Che sembra fragile, ma in realtà resiste più di altri fiori. Questo pensiero le consente di non lasciarsi abbattere: finché le radici di sua figlia saranno forti lei sopravvivrà anche lì, in quell’inferno terrestre. Nel momento esatto in cui ha questa intuizione si sente uno scoppio da lontano. E un ronzio incessante copre tutti i rumori. «Ecco l’Angelo della Morte» pensa Lia «Chissà se in Paradiso rivedrò la mia piccola Rosa».

1973

Lia finì i suoi lavori. Era ormai giunta la sera. Un’altra giornata era finita «Per quanto tempo andrà avanti questa storia? Quando mi porterai via?» parlava a una presenza che vedeva solo lei. Dopo l’arrivo dei soldati che avevano distrutto il campo di concentramento lei e altre prigioniere erano state portate prima in Germania per essere curate e poi rimpatriate in Italia. Ma, alla domanda dove fosse finita sua figlia nessuno aveva risposto. Non l’aveva più vista da quando le avevano deportate. E non la rivide più. Ora le sue piante erano diventate le sue figlie.

L’aveva fatta cercare anche dopo la guerra ma le era stato detto che era inutile: un sacco di corpi abbandonati giacevano nel campo e riconoscerli era impossibile. Tante piccole radici recise. Come la sua anima, in quel momento.

Finendo la sua razione di pannocchie Lia si avviò verso la sua stanza. A passo lento ma deciso, come era arrivata. Quando una voce la chiamò da lontano. Una voce mai sentita.

«Mi scusi» una giovane ragazza, dai capelli neri e ricci, come quelli della sua piccola Rosa, la fissava. Da dov’era comparsa? «È lei Lia Venturi?»

Lia la fissò negli occhi, cercando di capire se conosceva quella ragazza oppure no. Poi annuì.

«Mi scusi il disturbo. Mi chiamo Emily. Vengo dagli Stati Uniti. Ho vissuto lì per anni ma in realtà sono di **** come lei. Io…l’ho cercata a lungo. Ho assunto un investigatore per ritrovarla. Perché penso che lei…beh… che lei sia mia madre».

Rosa apre gli occhi. La stanza è arredata come sempre, la luce del mattino la riscalda con i suoi raggi. Si volta verso la finestra della sua camera da letto. Una piccola gemma è cresciuta nella notte. Diventerà sicuramente un bellissimo fiore.

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