Dittico di guerra

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Come si racconta la guerra: un esempio tratto da Clint Eastwood.

Gli scenari di guerra rappresentano un conflitto. E il conflitto (come spiegato da molteplici e numerosi manuali di scrittura e sceneggiatura, in pratica tutti!) è la base di ogni storia, l’elemento che desta sicuramente più curiosità.

La guerra può rappresentare, in un racconto/romanzo/film/serie tv, semplicemente lo “sfondo ideale” per le storie oppure (spesso) la tematica stessa. Altre volte può essere un vero e proprio personaggio a sé stante.

Esiste un intero filone cinematografico (i cosiddetti war movies) che ambientano le proprie storie all’interno dei campi di battaglia. In genere questi fanno riferimento a cliché già collaudati che poggiano sicuramente su fattori storici ben documentati (si spera) ma comunque riflesso di una concezione data da un autore che, a posteriori, racconta la vicenda. Diamo per scontato che si sta parlando di storie romanzate ambientate in periodo di guerra, quindi una scrittura finzionale, non autobiografie (le quali comunque non sono scevre di personalismi e soggettività, vedi la Prima guerra Mondiale raccontata da Gabriele D’annunzio e Giuseppe Ungaretti, la guerra è la stessa ma il punto di vista e la scrittura la rendono due guerre ben distinte).

È quindi sempre il punto di vista che offre il tema da affrontare, il quale, a sua volta, caratterizza la storia (di guerra) di cui si vuole parlare. In questo senso, uno degli esempi più significativi è quello del dittico sulla Battaglia di Iwo Jima firmato dall’ex-Uomo Senza Nome Clint Eastwood.

Un’operazione che apparentemente nasce per il motivo opposto: rendere visivamente in maniera oggettiva che cos’è una guerra. Riuscendoci solo in parte perché nonostante gli intenti “documentaristici” il dittico cinematografico di  Eastwood è molto soggettivo e rientra nell’aurea di autorialità che il regista è riuscito sempre ad avere per tutti i suoi lavori.

In realtà l’opera (i due film, qui intesi come un unica grande operazione non riuscendo ad essere separati l’uno dall’altro) è veramente un racconto esemplare sul significato della guerra vista sotto tutti i punti di vista da una parte e dall’altra della barricata.

Andiamo, quindi, ad analizzare l’operazione che l’attore e regista californiano ha messo in piedi per rappresentare il “suo” concetto di war movies.

Flags Of Our Fathers

Uscito nel 2006, Flags Of Our Fathers è tratto dall’omonimo libro di James Bradley e Ron Powers in cui i due autori intervistano alcuni soldati americani reduci da quella famosa battaglia. Il pretesto è la famosa foto Raising the Flag on Iwo Jima in cui sei soldati americani issano una bandiera sulla cima dell’isola del Pacifico appena conquistata.

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In realtà il film ribadisce la tesi che la foto in questione sia un falso storico e denuncia la propaganda del governo americano che sfruttò alcuni soldati a scopo promozionale, per convincere i cittadini a finanziare la guerra (all’epoca gli USA erano in crisi economica e gli sforzi bellici costano parecchio!).

Fin da subito il film ci tiene a discostarsi dalla narrazione storica classica scegliendo di porsi “a posteriori” tramite alcuni dialoghi tra personaggi che denunciano la falsità dei racconti di guerra. Si tratta di un’avvertenza programmatica. Eastwood avverte della falsità che sta dietro ai racconti di guerra come ulteriore garanzia che il suo lavoro è completamente diverso.

E, in effetti, il film brilla soprattutto nelle sequenze che ricostruiscono lo sbarco e la conseguente battaglia sull’isola giapponese tramite tutta la tecnologia possibile ed effetti speciali azzeccati che vogliono ricostruire una cronaca veritiero (macchina a mano, luci ridotte al minimo, fotografia in bianco e nero come da cartolina d’epoca, suoni enfatizzati e sequenze d’attacco abilmente ricostruite…). Anche la ricostruzione con la CGI dell’ambiente, per una volta, non pecca di barocchismi esagerati (forse le esplosioni a distanza sono da rivedere) concentrandosi solo in alcune scene, mentre per buona parte del film abbiamo lunghi piani sequenza nelle trincee e primi piani del viso dei soldati che riescono ad esprimere, con pochi movimenti del viso, la tensione del conflitto.

Si tratta di un film che non edulcora la violenza della guerra ma neanche indugia più di tanto su particolari splutter. È la guerra così com’è, come dovrebbe essere sempre al cinema.

Nonostante lo stile documentaristico, comunque, il film si concentra molto sulla psicologia dei suoi personaggi: viene più volte evidenziato il cameratismo e la goliardia giovanile dei soldati (il tema della guerra come “avventura” e “formazione” era già presente in molti autori italiani del primo dopoguerra come Giovanni Comisso ed Emilio Lussu). Da una parte per creare l’empatia necessaria con i personaggi, dall’altro per evidenziare un concetto importante che è caro al regista: la solidarietà umana è la chiave per risolvere i conflitti (si veda lo stupendo Invictus). I soldati protagonisti si considerano “fratelli” e solo la corruzione dei media e della pubblicità fa sì che venga meno il rapporto di fiducia tra di loro. Quello stesso rapporto di fiducia che è stato necessario per sopravvivere a uno spaventoso conflitto.

Letters from Iwo Jima

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Letters From Iwo Jima è sicuramente il più interessante tra i due film che Eastwood ha dedicato a questo evento storico. Girato in parte nei luoghi originali del conflitto, con un cast quasi completamente giapponese (tra cui spicca su tutti Ken Watanabe nei panni del generale Kuribayashi) tanto che questa co-produzione è stata candidata come Miglior Film Straniero ai premi Oscar.

Anche qui abbiamo un iniziale distacco intellettuale alle vicende con immagini contemporanee dell’isola. Un gruppo di archeologici e scienziati è intenta a fare degli scavi nella zone e per caso, all’intenro di una sacca, trova alcune lettere.

Questo ritrovamento è l’input che ci riporta, ancora una volta, indietro nel tempo a quella famosa battaglia.

Se in Flags Of Our Fathers il “medium” scelto era una fotografia, in questo caso abbiamo delle lettere. Entrambi i film esprimono così, fin da subito, l’uso delle fonti dirette come garanzia di attendibilità storica ma anche di metafora per il tema scelto.

Nel film precedente, infatti, oltre ad avere la visione dello schieramento opposto, la ricostruzione storica era da “indagine storica” in cui rimane il mistero sulla veridicità della foto. Qui abbiamo un vero e proprio biopic dove il sentimentalismo trasuda in ogni fotogramma.

Il punto di vista dei “rivali” offre a Eastwood un’occasione non da poco: mostrare allo spettatore le sensazioni e i sentimenti degli “sconfitti della Storia”. Tale punto di vista è molto raro nelle grandi rappresentazioni storiche dove il punto di vista è quasi sempre quello dei vincitori (che in genere “scrivono la Storia”). In questo senso l’operazione del regista californiano diventa un’operazione di recupero originale che riprende la filosofia degli storici dell’antichità (Tacito soprattutto) in forma moderna.

L’impatto emotivo è efficace in questo senso poiché lo spettatore sa già come andrà a finire la vicenda (soprattutto chi ha visto il film precedente) e perciò i dialoghi e la lettura delle lettere dei soldati al fronte assumono, nel film, un’aura di grandezza ed epicità uniche, di persone che sanno di combattere una guerra dove quasi sicuramente non torneranno a casa (è, in pratica, una versione realistica di 300 di Zack Snyder). C’è molto rispetto e ammirazione, da parte di Eastwood, per queste figure di moderni “samurai giapponesi” che traspare in ogni scena e che contrasta palesemente con la dichiarazione di “veridicità storica”.

È evidente, pur con tutta la ricostruzione storicamente accurata del caso e l’immedesimazione nei personaggi giapponesi, che la visione è tutta “occidentale”. I rapporti tra comandanti e subalterni sono regolati da una rigida disciplina e dalla formalità. Il che è certamente tipico della mentalità giapponese ma il giudizio che ne viene dato è quello dello stesso regista. Il quale mostra volutamente questi contrasti all’interno della compagine giapponese per riavvalorare la sua tesi di fondo: la mancanza di solidarietà umana ha provocato la disfatta dell’esercito nipponico (quella che, invece, nell’esercito americano non mancava). Non c’è, infatti, tra i soldati giapponesi quell’aria di cameratismo e goliardia che si trovava nei soldati americani e che rendeva il film precedente, per alcuni tratti, una sorta di commedia. Qui è il dramma a farla da padrone, dall’inizio alla fine.

Gli intensi primi piani, la colonna sonora, le lettere ai famigliari e la fotografia in bianco e nero (la stessa che si trovava nel precedente film ma portata ancora di più all’estemo) rendono iconiche le figure dei soldati giapponesi e vicine al pubblico che non può non empatizzare per loro. Non c’è più la denuncia all’istituzione ma un sentito omaggio al coraggio dei “vinti”.

Si tratta di un’importante novità per la filmografia americana che cerca, per la prima volta, di “mettersi nei panni del nemico” pur sfruttando dei cliché (e un punto di vista) tipicamente occidentali.

La ricostruzione della battaglia in trincea e nelle gallerie costruite dai giapponesi, inoltre, è molto accurata e mirabilmente ricostruita riproducendo esplosioni e rumori sotterranei (e un’incredibile e terrificante harakiri con bombe a mano!).

I due film meritano una visione (rispettivamente in quest’ordine e in lingua originale, soprattutto il secondo) per la descrizione delal stessa battaglia da due punti di vista opposti ma, allo stesso tempo, corrispondenti, che tuttavia la fanno sembrare come due battaglie completamente diverse.

Un modo di dirigere eraccontare che potrebbe (e può) fare scuola anche per futuri scrittori e registi di “storie di guerra”.

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