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Originale teen-movies sci-fy targato Netflix.

Finita la grande stagione dei filmoni di fantascienza avveniristici sulla realtà virtuale (stiamo parlando di quel periodo proficuo tra fine anni 90-inizio 2000 in cui la realtà virtual sembrava la nuova frontiera e si sfornavano capolavori come Matrix e Strange Days) sembrava che ormai i temi della sci-fy classica fossero stati esplorati tutti e non ci fossero grandi novità se non numerosi prodotti che si autocitavano tra di loro o parodie.

In un epoca in cui i viaggi interstellari sono tornati alla ribalta (e rappresentano di fatto l’ultima frontiera possibile per storie avventurose) un nuovo genere di sci-fy sembra farla da padrone oggi nel mercato audiovisivo: la fantascienza emozionale.

Genere di cui si era già parlato per quanto riguarda la recensione di Arrival (film che ha non pochi punti in comune con questo): una fantascienza che come tema dominante i rapporti interpersonali, diventati sempre più difficili (paradossalmente) nell’epoca dei Social Media, per cui il rapporto con l’altro sembra essere diventata la nuova frontiera e mondo immaginario da esplorare.

The Space Between Us rientra certamente in questa categoria. All’apparenza un innocuo teen-drama in chiave sci-fy, la pellicola, targata Netflix, è in realtà molto più complessa di quanto sembri, sempre in bilico tra autorialità e pop culture. Numerose, infatti, le citazioni presenti nella pellicola, sia di film capolavori  del genere come ET, Armageddon, 2001.Odissea nello spazio, ma anche di altri generi che si interfacciano tra di loro (tra gli altri i film di Hitchcok e, soprattutto, Wim Wenders) elevando così la pellicola a prodotto trasversale per quanto riguarda il target, come nello stile consueto della piattaforma online.

La storia ha diversi protagonisti: la prima, in assoluto, Sarah Elliot (Janet Montgomery), capitano di una pattuglia di astronauti che dovrà passare del tempo per impiantare la prima base umana sul pianeta Marte. Ruolo che era sempre stato appannaggio di figure maschili, per cui tale scelta, in  ambito narrativo, è senza dubbio una prima piacevole novità di questa pellicola. Se poi si scopre il vero motivo di tale scelta narrativa si rimane ancora di più estasiati. Sì, perché il vero what if da cui parte tutta la storia è il seguente: cosa succederebbe se un’astronauta-donna dovesse partorire nello spazio?

Questo è quello che succede a Sarah che, durante il viaggio sul  Pianeta Rosso, scopre di essere incinta ed è costretta a partorire lì. Ovviamente un bambino cresciuto su un pianeta con una certa atmosfera e gravità non potrebbe reggere su un pianeta diverso (la Terra in questo caso) perciò i dirigenti della NASA e il CEO del progetto Nathaniel Shepard (un ottimo Gary Oldman) decidono di lasciare che il bambino cresca su Marte insabbiando così tutta la storia per non compromettersi con l’opinione pubblica.

Quello che non sanno è che Gardner (il bambino-marziano, interpretato da Asa Butterfield), una volta cresciuto, vuole scoprire chi sia il suo vero padre. Perciò approfitta di un momento di distrazione dei suoi carcerieri e si butta all’avventura sul pianeta alieno (così è per lui la Terra), con il solo aiuto di una sua “amica di penna virtuale” (Tulsa, interpretata da Britt Robertson).

Maternità, rapporti umani, scoperta dell’altro (e di una realtà diversa) sono gli elementi che caratterizzano questo particolare miscuglio di generi (teen drama e sci-fy con un tocco di road-movie) diretta da Peter Chelsom. Sono esattamente gli stessi ingredienti che hanno reso degno di nota Arrival,  ma mentre, in quel caso, l’impronta autoriale di Denis Villeneauve era evidente nel montaggio artistico ed estremamente ricercato, qui sono soprattutto gli archetipi narrativi a farla da padrone, popolarizzando (nel senso di rendere adatto a un pubblico variegato, quindi “pop”) così i temi proposti.

Alcune scene si possono facilmente trovare, in effetti, dei buchi di sceneggiatura e alcune ingenuità di trama che in un film più complesso sarebbero errori imperdonabili (e sono poi il difetto principale della pellicola), ma, in questo caso, si possono facilmente definire come “funzionali” per la trama. Ci pensano poi le citazioni colte e la scientificità, molto plausibile e attentamente studiata, a compensare.

In generale la pellicola si rifà a numerose storie di formazione e l’attenzione è più sullo sviluppo psicologico dei personaggi che non sugli effetti speciali. Il che rende sicuramente apprezzabile questa pellicola. Le musiche, l’atmosfera scanzonata e la fotografia suggestiva dai colori caldi danno poi il tocco teen senza però che l’argomento fantascientifico su cui si regge la trama venga scalfito.

Si tratta sicuramente di un’opera interessante per come rilegge in maniera contemporanea molti cliché di genere non scadendo però nel banale. Utile per ricordare, ogni tanto, che siamo tutti, in qualche modo, l’alieno di qualcun’altro.

Le parole in calce del protagonista riassumono perfettamente questo paradigma. L’interpretazione ottima di tutto il cast fa poi il resto. Un film da vedere.

“I wanted to go to Earth, not just for visit, but to live there. I turn up: people from Earth wants exactly same things of people from Mars. And I should know…because I’m pretty sure to be the only one” . 

“Volevo andare sulla Terra, non per un semplice viaggio ma per viverci. E ho scoperto che la gente della Terra vuole esattamente le stesse cose di chi vive su Marte. Ne sono sicuro perché sono l’unico vero abitante di Marte”.

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