Le parole sono importanti

Come scrivere dei dialoghi efficaci nelle proprie storie.

Tutto parte dai personaggi. Da chi sono e da qual è la loro provenienza e  i loro obiettivi. In pratica: qual è la loro STORIA.

Una volta sapute chiaramente queste informazioni è possibile stabilire che tipo di dialoghi scrivere.

I dialoghi, infatti, non dovrebbero mai essere neutri, ma personalizzati in base ai personaggi stessi.

Esistono uno una molteplicità di dialoghi:

Monologhi

Sono da utilizzare con parsimonia poiché, in genere, riflettono il pensiero di un personaggio. Difficilmente, infatti, nella vita reale noi facciamo del monologhi, se li facciamo è per dire qualcosa d’importante. Sono sempre e comunque un’iperbole rispetto al parlato normale e quindi devono essere affibbiate a personaggi che abbiano un certo carisma. Nel cinema sono molto utilizzati (e alcuni sono diventati estremamente famosi) ma perché si servono del supporto musicale e delle immagini che aiuta ad alleggerirli.

 

Dialoghi simbolici

Sono i dialoghi in cui i personaggi apparentemente parlano d’altro, ma in realtà stanno descrivendo loro stessi o rivelando formazioni essenziali. Si tratta, dunque, di dialoghi “rivelatori”. Sono molto utilizzati al cinema o nelle serie tv in cui l’azione e lo sfondo hanno un’importanza fondamentale. In questi ambiti non c’è molto spazio per l’introspezione perciò le informazioni essenziali spesso passano tramite metafore concrete. Esempi letterari se ne possono trovare nei Promessi Sposi (tutta la scena introduttiva di Don Rodrigo e della sua corte con i discorsi a tavola) oppure l’intenso dialogo tra Walter White e il cognato Hank sulla paura nella splendida serie tv Breaking Bad. In questa particolare scena dove le parole del protagonista, inserite nel dialogo per risollevare il morale ad Hank, che sta avendo dei problemi coniugali, suonano, a tutti gli effetti, come una specie di “confessione” per quanto riguarda la sua nuova vita.

 

Dialoghi non-sense

Si trovano soprattutto nei prodotti anglosassoni, che sono veri maestri in questo. A differenza dei dialoghi precedenti questi sono veramente dialoghi che parlano d’altro, fatti apposta per rimpire i vuoti. Spesso hanno argomenti sconclusionati e ironici e per questo si trovano spesso nelle commedie o nelle storie surreali. Di tali dialoghi è piena la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams dove si trovano costantemente dialoghi tra personaggi al limite del non-sense, i quali motlo spesso sono delle digressioni filosofiche e moraleggianti su quanto accade agli strambi protagonisti della storia. Al cinema uno dei “maestri” capace di fare di questi dialoghi un’arte è Quentin Tarantino. nei suoi film i personaggi si perdono spesso in chiacchiere logorroiche (che non c’entrano nulla con la trama) su qualsivoglia argomento nei contesti più disparati e impensabili. Lo scopo è certamente quello di rendere iconici e divertenti (quasi cartooneschi) tali personaggi.  Ecco qui un esempio dei più famosi tratto da Pulp Fiction:

 

Dialogo in cui un personaggio si racconta

Abbiamo parlato di dialoghi simbolici, in cui il non detto assume una rilevanza particolare per spiegare la natura del personaggio. Ma in alcuni dialoghi può essere che sia il protagonista stesso a raccontarsi direttamente. Sembra molto più semplice ma in realtà questo è un tipo di dialogo che va usato sempre con cautela. Difficilmente, infatti, noi CI RACCONTIAMO nella vita reale per cui se vogliamo rendere realistico il tutto dobbiamo inserirlo  in contesti particolari (scene di rabbia impulsiva, sedute psicologiche, ecc…). Spesso può anche essere la voce narrante che si presenta al lettore nella prima pagina (come nell’incipit di Moby Dick). Famosa, da questo punto di vista, è la presentazione che il protagonista di Quei Bravi Ragazzi (Goodfellas) di Martin Scorsese fa di sé stesso nella scena introduttiva del film.

 

Particolare tipico della lingua italiana è poi il discorso sulla “cadenza” dialettale. L’Italia è il paese con il maggior numero di dialetti presenti in un solo paese. Far parlare il proprio dialetto a un personaggio per dargli verosimiglianza può essere una scelta di scrittura ottima se si tende al realismo (è ciò su cui si basa gran parte della letteratura Neorealista italiana del Secondo Dopoguerra) ma anche stilistica per dare un’impronta inconfondibile al proprio lavoro (i romanzi di Camilleri). In entrambi i casi però è bene ricordare che non si tratta del dialetto “parlato” ma di una sua variante letteraria “italianizzata” affinché possa essere comprensibile anche ai non parlanti quel tipo di dialetto. Alcune delle recenti serie tv italiane (Romanzo Criminale e Gomorra) hanno fatto di questo il loro punto di forza. La scelta del dialetto può servire per rimarcare anche la provenienza sociale di un personaggio (in genere classe medio-bassa) e quindi la sua cultura e il suo modo di pensare.

Per creare un dialogo che sia bello stilisticamente ma anche verosimile la cosa migliore sarebbe quella di leggerlo AD ALTA VOCE, magari coinvolgendo qualcuno (essendo DIALOGO si presuppone che parlino almeno in due) che le legga con voi.

L’ideale, come già detto, sarebbe dotare ogni personaggio di un suo proprio linguaggio o, almeno, di un tormentone che possa ricordarlo (una frase tipica sua che ripete spesso).

Per quanto riguarda i dialoghi di una sceneggiatura questi sono prevalentemente brevi (in genere si consiglia di stare sulle tre righe non di più) e devono essere il più possibile chiari e semplici (ma non banali). Per questo si può prendere spunto leggendo i dialoghi dei fumetti, i quali sono necessariamente brevi visto lo spazio ristretto delle nuvolette.

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