The War Game (3° livello)

Non si abbandona il Gioco.

Continua da Livello 2.

Marco allontanò il pensiero del Gioco dalla sua mente. Non poteva semplicemente essere plausibile come cosa, lui almeno riteneva che non potesse semplicemente accadere.

La realtà era la realtà e quella virtuale…era un’altra realtà. Non potevano incontrarsi erano come rette parallele.

Ma tante coincidenze in una volta sola non potevano essere un caso.

Si precipitò a casa e compose il numero di telefono del suo psicologo. Voleva avere la certezza di non stare impazzendo del tutto.

Rispose una segreteria telefonica: «Buonasera, questa è la segreteria telefonica del dottor Pardi, se volete informazioni su orari e visite digitate 1, se volete essere aggiornati sulle condizioni del mondo digitate 2, se volete proseguire con il Gioco, e vi consigliamo di farlo, digitate 3…»

Marco rimase immobile per alcuni secondi poi lasciò andare la cornetta del telefono che continuava gracchiante con la sua cantilena: «…per continuare il Gioco digitate 3, per continuare il Gioco digitate 3…»

Scappò fuori di casa e corse all’impazzata da dove era venuto: la sede dell’azienda produttrice del Gioco. Oltre a lui non c’era nessuno, come se tutta l’umanità fosse improvvisamente scomparsa.

Lo stesso scenario gli si presentò dentro il capannone dell’azienda: completamente abbandonato, non c’erano più il responsabile, i ricercatori, gli assistenti, le segretarie… Cercò disperatamente tra gli appunti lasciati sparsi su un tavolo. Su uno di questi trovò la seguente frase:

i dati riportati dalle cavie hanno rivelato un riscontro interessante: il liquido negli occhi porta strani stimoli al cervello che fanno sì che si abbiano delle visioni qualora il Gioco venga terminato prima della fine… i pazienti riportano di messaggi inviati dallo stesso Gioco che non si dà pace fino a che la sessione intera non sarà completata… ricadute negative e stress post-traumatico… problemi anche per le persone che vivono insieme alle cavie…

Le annotazioni poi si perdevano in citazioni e tecnicismi, tutto annotato con sigle che lui non capiva. Ma certamente aveva compreso che le cose sarebbero peggiorate se non avesse posto rimedio subito. Chiuse perciò la porta a chiave, per evitare che qualcuno entrasse, poi si rimise il visore e si preparò a riprendere il Gioco.

Dopo la solita schermata nera ricomparve la stanza con la porta antincendio su cui stavolta era scritto PROSEGUIRE CON IL GIOCO? La risposta di Marco era scontata.

Aprì la porta per il terzo livello. Per poco non cadde dal dirupo su cui dava la porta. Aggrappato a un ramo guardò giù: la porta dava sul cratere di un vulcano. Una pietra posta lì vicino poteva essere un buon appiglio per risalire, ed era anche indicato dal Gioco con una freccia rossa. Ma stavolta a Marco non riuscì la mossa e il suo corpo cadde dentro il cratere dove sentì chiaramente che veniva ustionato e bruciato.

Al suo risveglio si ritrovò sudato nella stessa stanza. Sopra la porta antincendio stavolta la scritta diceva SECONDO TENTATIVO, AL TERZO È GAME OVER.

Marco stavolta aprì leggermente la porta tenendosi per bene aggrappato. Il vento gli sferzava la faccia e lo spingeva sempre più giù. Si calò lungo la roccia cercando di vedere dove fosse la roccia da premere. Una sferzata improvvisa gli fece perdere l’equilibrio e precipitare. cadendo però riuscì a vedere la roccia e a premerla mentre cercava di aggrapparsi ad essa.

Si trovò così di nuovo nella stanza con davanti la porta che recava la scritta LIVELLO 4.

Aprì lentamente la porta. Davanti a lui c’era una scala, sopra la scala un’altra porta che faceva da ingresso ad una sala bianca e spoglia. Era il laboratorio in cui era cominciato tutto. Sembrava però che tutto fosse normale, non c’era nessuna prova da superare. Questo pensava Marco fino al momento in cui un proiettile gli sfiorò la guancia.

Una figura incappucciata di nero si stagliava sopra la stanza. Una figura che si muoveva come Keanu Reeves in Matrix. Marco dovette nascondersi sotto un tavolo per non farsi impallinare. Aveva una specie di barra verde tatuata su un braccio. Ad ogni colpo questa si accorciava e gli faceva sempre più male. Capì, dunque, che quello era il suo bonus vita e che, se non reagiva, sarebbe sceso inevitabilmente fino alla fine uccidendolo. Aspettò che la strana figura nera si avvicinasse al tavolo e poi, sollevandosi, glielo buttò addosso. Quella allora abbandonò la pistola che aveva in mano e brandì una katana. Marco indietreggiava cercando di evitare i colpi di katana e buttandogli tutto ciò che trovava intorno a lui.

I due finirono in una sala degli specchi dove la figura mascherata colpì ripetutamente gli specchi che facevano da tana e scudo a Marco. Ciò gli diede la possiblità di soprenderlo alle spalle e disarcionarlo. Mentre recuperava la katana però il ninja tirò fuori un paio di sai. Con un balzo si protese verso di lui. Per un riflesso incondizionato Marco puntò la katana davanti a lui come difesa. Chiuse gli occhi per un attimo: quando gli riaprì il viso mascherato del ninja gli penzolava davanti alla faccia. Nel petto la katana gli aveva trapassato il corpo. Il ninja misterioso si dissolse per sempre.

Dagli specchi della sala cominciarono a uscire tanti Marco, quanti erano gli specchi rimasti. Si avvicinarono tutti a lui senza espressione, come tanti zombie. Si sentì accerchiato, non sapeva se doveva muoversi o no, il Gioco non dava più comandi. E i suoi alter ego si avvicinavano a lui sempre più.

«È ancora lì?» chiese il responsabile. «Sì da circa 4 ore» rispose l’assistente.

«Pare che abbia provato a fare resistenza al Gioco. Ha immaginato di tornare a casa già al 3° livello, gliel’ha fatto credere e da lì in poi è stato un continuo sobbalzamento dei livelli di ansia e panico»

«Capisco, evidentemente il Gioco non l’ha presa bene. Possiamo depennarlo dalla lista, la sua mente ormai è persa per sempre. Quando si decomporrà toglietelo e buttatelo con gli altri» e barrò alcune crocette nei suoi appunti.

«Però, ha resistito meglio degli altri» fu il suo pensiero finale «Peccato, non se ne trovano tanti di tirocinanti simili oggigiorno».

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