Film violenti per bambini intelligenti

Come la violenza può creare una catarsi positiva.

Può la violenza essere giusta? O giustificarsi in qualche modo?

Recentemente la pubblicità di una famosa marca di merendine italiane ha fatto esplodere il dibattito se sia giusto mostrare immagini “forti” che potrebbero condizionare negativamente il pubblico sensibile.

Tali polemiche non sono certo nuove nel mondo dei media e della comunicazione in generale.

Agli inizi degli anni 2000 al cinema c’è stata l’esplosione dei cosiddetti slusher movies, una categoria di film horror dove la violenza e la tortura la fanno da padroni (sulla scia del successo della saga di Saw-L’enigmista). A livello di pubblico tali film hnno sempre avuto un discreto successo, mnetre a livello di critica sono sempre stati bistrattati proprio per la loro violenza, elaborata ma considerata degna dei film di serie (Z) B.

Tutto il contrario per quanto riguarda la fiction e le serie televisive dove, negli stessi anni, la “banalità del male”, condita da sesso e violenza sfrenata, viene mostrata nelle serie HBO prima (The Sopranos, Oz, Game Of Thrones…) e, in Italia, Sky poi (Romanzo criminale e Gomorra-la Serie) raggiungendo buoni risualtati sia di pubblico ma soprattutto di critica. In questo caso infatti venne esaltata proprio la capacità di tali show di riuscire a rappresentare realisticamente situazioni e personaggi “estremi” senza mai edulcorare nulla.

Quindi violenza sì o violenza no? Diciamo che ci sono almeno tre cosiderazioni da fare al riguardo.

Nel suo saggio Voglio vedere il sangue il docente di storia e critica del cinema Leonardo Gandini esplora e indaga le forme di violenza audiovisiva e prova a tracciarne un profilo che riguarda sia il lato “estetico” (come questi vengano rappresentati) sia il lato morale (cosa suscitano questi film);

Il libro è suddiviso in 3 macro-capitoli: SGUARDO, FORMA e MORALE.

Nel primo capitolo si parla dell’attrattività che esercita la violenza sullo spettatore. È, infatti, innegabile che la violenza abbia una “forza attrattiva” particolare che si manifesta soprattutto nello sguardo. Un’attrattività che è accertata storicamente (dagli spettacoli di gladiatori fino ai concerti classici durante le dimostrazioni di anatomia nel 700) e che sembra essere connaturata nell’essere umano.

“Anche nella vita di tutti i giorni, nulla colpisce l’attenzione quanto una scena violenta”

Ecco quindi spiegato anche il titolo del libro: è lo stesso spettatore che richiede, a un certo punto, la violenza nelle cose che vede. Sta poi nella capacità del regista/sceneggiatore la capacità di realizzarla (come tutte le parti di una storia) al meglio per indicarne la sua qualità. E qui, dunque si arriva alla seconda sezione del libro, quella relativa alla FORMA.

Non è tanto la moralità della violenza la cosa più importante negli audiovisivi ma la sua rappresentatività. E qui la storia della violenza nel cinema intercorre con la storia della CENSURA al cinema. Con soprese particolari: dai gangster-movie e i film di serie b degli anni 20-30 che, in barba a qualsiasi codice Hays, sfidavano apertamente la censura. Poi si passa a una violenza più edulcorata con soluzioni tecniche innovative per “mostrare senza mostrare” le scene di violenza. E, in effetti, molte delle scene cult del cinema di quegli anni nascono proprio da queste soluzioni alternative (rivelando un’inventiva non da poco da parte di registi e sceneggiatori). In questo senso si può parlare di una censura positiva.

Si passa poi alla violenza “mostrata” e “iper-esaltata” (soprattutto nel cinema degli anni 70) in quanto aspetto essenziale della spettacolarità cinematografica, ma anche per motivi di protesta e “rottura contro il sistema”.

In tale contesto spesso è difficile dividere l’artisticità della violenza nel cinema con al sua esaltazione (rischiando anche di dichiarare come “capolavori” film-ciofeche che però hanno il solo merito di mostrare sangue a fiumi).

“I cineasti che lavorano sulla violenza in termini stilisticamente sofisticati sono di solito accusati di fare apologia, attraverso film nei quali vengono messe a punto strategie della rappresentazione della violenza che però non vogliono essere realistiche. Nessuno accuserebbe mai Paolo Sorrentino di essere un andreottiano per aver usato soluzioni stilistiche raffinate per raccontare la storia di Andreotti ne Il divo

E qui, dunque, si apre la terza e ultima parte del libro, quella dedicata alla MORALE. Proprio per la sua capacità di rendere al meglio la violenza “illustrata” (il saggio parla del cinema, ovviamente, il discorso però si può tranquillamente spostare a tutti gli altri media) la censura è stata sempre molto attenta.

Va specificato che questa è necessaria poiché effettivamente ci sono categorie di pubblico che possono essere particolarmente sensibili a queste rappresentazioni (in tal caso esiste un sistema di rating preciso che viene aggiornato di anno in anno). Va anche ribadito però che la rappresentazione della violenza non può o deve essere confusa con l’ideologia del regista/sceneggiatore (in passato e ancora oggi succede, vedi Clint Eastwood) né può essere accusata per l’emulazione nella vita reale di scene violente che essa può suscitare (attribuibili solo alla coglioneria di chi lo fa).

La violenza, anzi, può essere un’ottima valvola di sfogo e il fatto di sublimarla a livello mediatico aiuta a contrastare quella reale. In effetti già la tragedia greca (con il suo concetto di catarsi) affermava questa funzione “pedagogica” della violenza. Si tratta solo di “trovare delle modalità di messa in scena tali da permettere allo spettatore di prendere le distanze, di non aderire eccessivamente alla violenza. Si può usare la forma come un diaframma, un grimaldello per indirizzare la violenza in varie direzioni”.

La violenza fa parte della nostra realtà e ci riguarda tutti. Una buona “educazione alla visione” può aiutarci a riconoscerla (sia nella sua forma realistica sia nella sua forma iperbolica e parodistica come nel sopracitato spot di merendine) per non rimanerne condizionati. In tale caso si può affermare che sì, la violenza al cinema, se ben rappresentata, è positiva!

Film consigliati e citati nel volume:

Gangster Story (A. Penn)

Arancia meccanica (S. Kubrick)

Il mucchio selvaggio (S. Peckinpah)

La rabbia giovane (T. Malick)

Taxi Driver (M. Scorsese)

Sucker Punch (Z. Snyder)

Kick Ass (M. Vaughn)

Bronson (N. Winding Refn)

Redacted (B. De Palma)

Dogville (L. Von Trier)

Manderlay (L. von Trier)

Funny Games (M. Haneke)

Seven (D. Fincher)

Fight Club (D. Fincher)

Hostel (E. Roth)

Saw (J. Wang)

Old Boy (Park Chan Wook)

Natural Born Killers (O. Stone)

Gran Torino (C. Eastwood)

Inglorious Basterds (Q. Tarantino)

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: